Uscire o rimanere nella Ue ed euro? Lo decida un referendum popolare

di Sergio Cararo*

In questi giorni abbiamo visto palesarsi davanti agli occhi di tutti il nocciolo della contraddizione che andiamo denunciando da tempo. Un governo espressione di un voto popolare “dissonante” che evoca una rimessa in discussione dei Trattati europei viene preso in mezzo ad una gabbia di ferro. Il fatto che le forze che esprimono il governo abbiano più volte abbassato il tiro, fino a diluire abbondantemente le critica alla gabbia Ue/Eurozona, non appare sufficiente a metterlo al riparo dalle bordate che arrivano dal Quirinale, da Bruxelles, dalle banche e dalla Confindustria, un arco di forze materiali che si rappresentano però con la metafisica identità de “i mercati”, una sorta di entità superiore e inamovibile nella priorità dei suoi interessi su tutto il resto.

Intorno alla nomina di un ministro, Paolo Savona, si è aperto uno scontro feroce a causa delle tesi, eurocontrarie più che euroscettiche, contenute in un libro in via di pubblicazione e in alcune interviste rilasciate negli anni precedenti. A nulla vale il curriculum di uomo dell’establishment di Savona: altissimo dirigente della Banca d’Italia e di Confindustria, addirittura ministro in quel governo Ciampi che attuò pienamente i diktat del Trattato di Maastricht. E forse proprio l’esperienza diretta e indiretta nei governi subalterni all’Unione Europea, ha portato l’economista Paolo Savona a capire che l’Eurozona si è rivelata una gabbia che distrugge sul piano economico/sociale il nostro e gli altri paesi periferici e privilegia la borghesia transnazionale europea, soprattutto quella tedesca.

Ma la contraddizione che si va incancrenendo e sulla quale occorre mettere i piedi nel piatto non è solo economica, è anche una emergenza democratica.

A questo punto se larga parte della popolazione di un paese esprime un orientamento che chiede la rimessa in discussione della gabbia dei Trattati europei e si sente rispondere che non può farlo in nessun modo, che tipo di vulnus democratico si è aperto? E’ uno squarcio, un infarto vero e proprio. Abbiamo letto in questi giorni editoriali che ci dicono che la Costituzione è ormai secondaria rispetto ai dettami “superiori” espressi nei Trattati europei. Abbiamo visto palesarsi come la sovranità popolare sia ritenuta irrilevante rispetto alle scelte di indirizzo in materia economica, industriale, sociale contenute nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea. Abbiamo verificato come il “vincolo esterno” – introdotte come una clava dal governo Amato nel 1992, l’anno del primo massacro sociale e del Trattato di Maastricht – condizioni, imbrigli, imprigioni tutte le decisioni di un paese. In sostanza vediamo ripetersi, anche se con soggettività politiche diverse, lo scenario della Grecia del 2015 quando la maggioranza espresse con enorme coraggio l’Oxi, il No ai diktat contenuti nel memorandum della troika europea.

Ma nell’Italia della primavera del 2018 come nella Grecia dell’estate 2015, possiamo tutti verificare che è impossibile negoziare o rinegoziare con le autorità di Bruxelles e Francoforte. E allora? Allora diventa credibile, anzi indispensabile, tentare un’altra strada, altre soluzioni, altre alternative alla capitolazione e alla sopravvivenza nella gabbia della Ue e dell’euro, e della Nato ci sentiamo di aggiungere.

Da poco più di un mese la Piattaforma Eurostop ha messo in campo una campagna popolare adeguata alla posta in gioco e centrata sulla contraddizione che si va palesando: vogliamo un referendum popolare e democratico sulla adesione o meno ai Trattati europei. Non solo, se vincesse il No ai Trattati occorre agire conseguentemente con l’uscita unilaterale dall’Unione Europea e dunque dall’Eurozona (fare il contrario non è possibile). E’ quanto afferma sostanzialmente il Piano B con cui France Insoumise ha raccolto un quinto dei consensi popolari in Francia nel momento in cui si frantumavano tutte le forze politiche storiche (gaullisti e socialisti) e con cui ha sottratto consensi alla destra nei quartieri popolari e nei settori operai del paese.

E’ tempo di coraggio politico e di iniziative all’altezza della partita. La paura delle parole e della propria ombra che da anni ha sgretolato la sinistra residuale è ormai inservibile. L’europeismo “di sinistra” è obiettivamente collaterale alle forze liberali e inefficace contro il populismo di destra. La rottura del quadro esistente – di cui l’Unione Europea è un perno strategico – è il terreno internazionalista, popolare, democratico e di classe su cui è possibile svolgere un ruolo adeguato allo scontro in corso. E’ una battaglia semplice anche da declinare: vogliamo il referendum, vogliamo che le persone in carne ed ossa – e non il Quirinale o la Commissione europea – possano decidere sul proprio futuro.

* da Contropiano.org

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  1. LO STRAPPO
    L’atto compiuto da Mattarella, che ha sancito che l’Italia è una Repubblica a sovranità limitata, rappresenta il punto di rottura e non ritorno con quella che è stata la politica italiana sino ad oggi.
    Con questo passaggio politico arrogante, dettato, proprio così, dettato da personalità che proseguono come se nulla fosse con il pilota automatico della Troika, è venuto al pettine il nodo essenziale riassumibile in due sole parole: sovranità nazionale.
    Su questo nodo, in questi giorni le forze politiche e sociali stanno scegliendo da che parte stare.
    Si stanno creando due fronti e, paradossalmente (ma per chi ha analizzato la questione da anni, non lo è), quello oggi maggioritario nel paese, quello che ha vinto le elezioni, che sarebbe reazionario per vocazione e che comprende la Lega di Salvini, lo è MOLTO MENO di quello che si spaccia per democratico e costituzionale, ma che di fatto ha portato il paese dentro la gabbia di un’Unione Europea che con l’Eurozona e i trattati ha massacrato in questi anni le classi popolari italiane, i ceti medi, le imprese artigiane, i negozi, ha precarizzato il lavoro, il tutto nel nome dei mercati, dello spread e dei conti a posto.
    Una mattina mi son svegliato… e questa gabbia, così come l’alleanza atlantica della NATO non sono discutibili. Questo fronte che serve i veri padroni del vapore, le élite finanziarie e il capitale monopolistico multinazionale e, in particolare questa oligarchia imperialista europea a razione franco-tedesca, è l’espressione politica del dominio di classe per come si configura in Europa oggi.
    L’ARCI potrà pure avere la stellina rossa, così come l’ANPI potrà avere anche la bandierina italiana, la CGIL poi non ne parliamo: si era già schierata con la concertazione e la distruzione del sindacato di lotta, di trattative vere e non svendite, così come tutto il resto di questa sinistra che sta strillando all’attentato alla democrazia, di fatto sta con il vero attentato alla democrazia e alla sovranità nazionale, sta di fatto con questi poteri capitalisti dominanti nel continente che la stanno condizionando e plasmando a loro uso e consumo.
    E’ ora, proprio ora, che le contraddizioni che attraversavano il paese in modo sordo e poco chiaro, mantenendo una divisione fittizia tra destra e sinistra (quando, per esempio, la somiglianza tra Minniti e Salvini nel massacrare i poveri e i migranti era ormai la copia carbone l’una dell’altra), sono esplose belle chiare.
    Ora sappiamo con molta chiarezza che in questo paese, per non disturbare spread e mercati, dobbiamo avere ministri graditi a Juncker, alla Merkel e alla Black Rockets, che tutte e tre trovano la loro espressione politica negli organismi UE, nelle burocrazie che nessun falso seguace di Tom Benetollo ha mai votato insieme ai milioni di cittadini europei.
    Lo strappo che è nelle cose e che va compiuto è proprio questo. E a sinistra è ancora più evidente. Chi come me ha posizioni anti-UE da parecchio tempo, lo aveva già chiaro, ma oggi, in una sinistra devastata dalla mancanza di un pensiero forte e di un’alternativa politico-sociale che non pesti i piedi al padrone del vapore, una sinistra che ha lasciato DI FATTO alle forze della piccola e media borghesia, qualunquiste e reazionarie, l’onere dell’opposizione sociale, politica e istituzionale alle forze del capitale neoliberista dominante, compie il suo ultimo gesto europeista demenziale e suicida, schierandosi con il golpe bianco di Mattarella.
    Il primo golpe, quello del 2011, dopo la lettera di Trichet, a “sinistra” lo aveva compiuto solo il PD, che si era confermato come forza principe degli euroburocrati, del grande capitale e della finanza.
    Oggi il salto della quaglia lo stanno facendo anche i suoi cespugli e quel che restava di quella sinistra che di elezione in elezione non ha fatto altro che inciuciarsi con il PD, seguendo il vecchio schema del centrosinistra. O di ritagliarsi uno spazio dentro il quadro politico europeista, con una visione del welfare oggi applicabile solo a Paperopoli, se non distruggi la macchina neoliberale europea e non ne rifai un’altra di sana pianta. Una capacità di analisi e una coerenza politica pari allo zero.
    Mi auspico che la piazza, oggi sovranista nei fatti, nelle cose, non venga lasciata agli apprendisti stregoni del M5S o ai seguaci leghisti di Orban e della Lepen. Che tutto sommato vedono il neoliberismo in salsa nostrana e lo chiamano entrambi liberal-democrazia.
    E’ la piazza di un popolo che fino ad oggi non ne sapeva nulla di quale uscita dalla UE, che gli bastava una rimessa in discussione dei trattati (proprio quella illusoria che volevano fare i nipotini nostrani di Tsipras, i coglioni! E che oggi vanno con Mattamerkel!), che voleva la lira perché si stava meglio. Ma è una piazza di un popolo che si sta incazzando per il governo scippato e che, grazie a Mattarella, darà a Salvini percentuali bulgare alle prossime elezioni.
    Il che dimostra che le forze reazionarie si alimentano le une con le altre, in un orrido tandem europeo che oggi, Francia di France Insoumise a parte, non ha alternative tra l’eurofascismo dei Moskovici e il fascismo nazionalista degli Orban.
    Mi auspico che la rottura con questi idioti al servizio della più feroce tirannia continentale che l’Europa abbia mai conosciuto dopo Hitler, sia netta e irreversibile. Sicuramente nelle loro organizzazioni ci sarà qualcuno che avrà il mal di pancia, perché nell’ANPI, nell’ARCI e via dicendo ci sono ancora tanti compagni che hanno coscienza su ciò che è stato prodotto in Grecia, con il golpe ucraino, con le politiche di macelleria sociale nel nostro paese dalla UE e dai loro servi locali.
    Ma la linea di demarcazione politica deve essere chiara. Ma la rottura con queste forze politiche, a partire dall’appello contro la presunta “marcia su Roma” di questi servitori del re di Prussia deve essere cristallina. Soprattutto da parte di Potere al Popolo.
    In buona sostanza, con gli appelli e le mobilitazioni a favore della “democrazia e della Costituzione” (sic!) queste forze “di sinistra” sono a tutti gli effetti divenute la massa di manovra dell’euroimperialismo UE, una socialdemocrazia tedesca restauratrice alla Noske, con gli stessi compiti controrivoluzionari. Anche se dall’altra parte non ci sono espressioni rivoluzionarie, ma gruppi politici dirigenti inquietanti. Una mobilitazione reazionaria preventiva a favore di un golpe bianco euroimperialista.
    Mi auspico che questo strappo ponga all’ordine del giorno anche nel nostro paese, ciò che France Insoumise di Melenchon ha posto in terre d’oltralpe, anche con il suo attacco politico a Siryza e a Tsipras.
    Non c’è internazionalismo senza dirimere la questione nazionale. Dobbiamo rompere la gabbia dell’UE e l’Italia, che non è la Grecia, può far crollare tutto l’edificio. Per questo hanno paura che qualcuno rimetta in discussione le loro politiche e i loro vincoli a Bruxelles e reagiscono con ferocia anche ai tentativi meno invasivi come quelli del governo che si prefigurava. L’Italia per loro è la linea del Piave.
    Questa è la direzione strategia per le forze comuniste e antimperialiste nel nostro paese.
    Partiamo svantaggiati, ma nell’epicentro dello scontro politico dobbiamo arrivarci con le nostre posizioni rivoluzionarie e di classe. Dobbiamo rimettere al centro il proletariato, i lavoratori a divenire egemoni in un processo di rottura con l’UE e di ricostruzione di una sovranità popolare con una visione internazionalista e socialista.

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