Il peso dei mass media nella crescita dei fascisti in Italia

di Carlo Domenicucci

Si legge qua e la che le elezioni politiche del 2018 saranno ricordate per la loro campagna elettorale schiacciata sul fascismo (e per fortuna anche sull’antifascismo). Non si parla di lavoro, non si parla di ambiente, sanità, scuola, diritti… e forse per il governo e per larga parte della sua (falsa) opposizione è meglio che non si parli di tutto ciò: rischierebbe di ricordare troppo chiaramente ai lettori e ai telespettatori, cioè agli elettori, lo stato di sfacelo in cui versa il Paese.

Di qualcosa bisogna pur parlare però, e allora si parla dei fascisti, presentati dai mass-media come unica opposizione da poter scegliere il 4 marzo, se proprio non ce la si fa a turarsi il naso ancora una volta votando PD, LeU, Lega, la Meloni, Berlusconi o il M5S… Insomma uno scenario, quello che viene descritto per lo più, in cui o si vota il fascismo, o si vota l’Unione Europea, grande matrigna di tutti noi, così generosa con i (pochissimi) forti e così spietata con i (milioni di) deboli. Poi ci sarebbero anche quelli di sinistra, i violenti, ma quelli sono un problema di ordine pubblico, non certo un’opzione elettorale.

Vedere un fascista in televisione, ascoltarne le ragioni, è diventato normale. Questa è la democrazia, ci dicono. Sono anni che giornalisti e talk show, spesso proprio i “progressisti” più vicini al blocco di potere piddino, invitano e si fanno invitare da questi soggetti: da un lato gli permettono di lanciare le loro arringhe di odio e bugie, dall’altro li sdoganano come elementi da accettare nel gioco democratico. “Si possono criticare, ma bisogna accettarli”.

Ci dicono che nientepopodimeno che Voltaire disse “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Che sia vero o no, il succo è che in democrazia devono parlare tutti e si parla con tutti, e si ascolta quel che ha da dire anche un fascista. Contestarlo per non permettergli di parlare o entrare in quartiere è violento e ideologico. Per questo a volte anche i conduttori televisivi si sentono in dovere di spiegare il perché hanno invitato il leader di Casapound in prima serata.

È il caso per esempio di Corrado Formigli, un vero campione nello sdoganamento dei fascisti del terzo millennio. Durante la trasmissione di Piazza Pulita dell’ormai lontano novembre 2017, quando su tutti i media nostrani si parlava solo della testata al giornalista da parte di Roberto Spada, il conduttore di La7 invita Simone di Stefano, vicepresidente di Casapound, e dice che vuole rispondere “a tutti quelli che ci attaccano perché ospitiamo un neofascista”, spiegando che “noi non ci facciamo intrappolare da vizi ideologici” e “a tutti i criticoni che la sanno solo loro, che non stanno nella realtà, giudicateci dalle nostre inchieste” (vedi qui). Siamo desolati ma non vi possiamo giudicare solo dalle vostre inchieste, in primis perché noi nella realtà ci stiamo, e ci stiamo più dei molti giornalisti sdoganatori, e sappiamo quindi bene cosa vuol dire dar la parola a un fascista per fargli fare il suo comizio.

Sarà un caso, certamente è un caso, ma abbiamo letto un commento particolare in coda al video di YouTube pubblicato da La7 Attualità il 12 novembre 2017, in cui per l’appunto Formigli spiega le sue ragioni. Ce ne sono di tutti i tipi: alcuni attaccano il conduttore perché paragona Casapound all’Isis, altri se la prendono con gli extracomunitari che invadono l’Italia… uno invece dice “W Casapound, W l’ Italia, W gli italiani veri!”. È firmato Luca Traini. Persone con questo nome ce ne sono molte, ma leggendo quel nome, oggi, dopo i fatti di Macerata, non si può non fare il più banale degli accostamenti.

Luca Traini, il terrorista attentatore di Macerata, era vicino a Casapound? Si, ma anche a Forza Nuova e alla Lega di Salvini, e magari anche a Generazione Identitaria, chissà… il punto non è se i Traini siano di questo o quel movimento fascista, il punto è che i Traini possono ascoltare, apprendere, essere permeati dalla paura e dal fascismo che trasuda dai media e da una cultura politica fascista. Tanto quella di Minniti quanto quella di Di Stefano o Fiore.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma per fortuna c’è ancora qualcuno che non ci casca, e rifiutando l’antifascismo di maniera e i posizionamenti pre-elettorali, si schiera apertamente e quotidianamente contro il clima di terrore e odio che vogliono imporci. E starà ancora e sempre a “farsi intrappolare da vizi ideologici”.

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Pisa. Subalternità ai trattati europei o sovranità economica?

Lunedì 19 febbraio, Sala conferenze della Stazione Leopolda, ore 21 Piazza Guerrazi Pisa

Rottura dell’unione Europea e sovranità economica. I trattati europei sono incompatibili con la Costituzione.

Fiscal compact,introduzione dell’Art 81 e diktat dell’Eurozona aumentano disuguaglianze sociali e svendita delle risorse.

Ne discutiamo con:

Ernesto Screpanti, Docente di Economia Politica all’Università di Siena (Candidato di Potere al Popolo all’uninominale del Senato, Collegio di Siena)

Sono previsti interventi e contributi di:

Emanuela Grifoni, Beatrice Bardelli, Valter Lorenzi, Giovanni Ceraolo, Sandro Giacomelli, Maurizio Rovini, Fabrizia Casalini.

candidati di Potere al Popolo nei collegi uninominali e plurinominali di Camera e Senato collegio Toscana 2

Introduce e coordina 
Mauro Solida 
Piattaforma Sociale Eurostop Pisa

 

Iniziativa promossa dalla piattaforma Sociale Eurostop – Pisa per POTERE AL POPOLO!

eurostopisa@gmail.com

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“Indebolire e rompere l’Unione Europea è un dovere internazionalista”

di Sergio Cararo*

La giornata di discussione organizzata da Eurostop su “Rottura dell’Unione Europea e sovranità economica” più che un contributo alla campagna elettorale in corso è un confronto su cosa fare dopo le elezioni.

Su questi temi è stata raggiunta una sintesi nel programma di Potere al Popolo che non soddisfa tutti ma che al momento è stata l’unica sintesi possibile. Come tale quella raggiunta sarà la posizione comune nelle prossime settimane e ce la faremo bastare in nome di un percorso unitario.

Riteniamo che il vero problema non sia la condivisione di questa o quella posizione sull’Unione Europa ma il rapporto tra le argomentazioni e la realtà. E di solito la realtà è assai più convincente delle posizioni di ognuno.

Sappiamo tutti che subito dopo le elezioni ci sarà l’ipoteca della Commissione Europea sulle scelte economiche del nostro paese. Una volta finita la tregua elettorale sulle misure contenute nella legge di stabilità, chi governerà – prevedibilmente un governo di unità nazionale come in Germania e in Spagna – dovrà tenere conto ancora una volta dei diktat di Bruxelles. Inoltre incombe il Fiscal Compact, convertito in direttiva europea, che dovrà essere ratificato dal Parlamento. Infine, ma non certo per importanza, ci sono le nuove regole che il direttorio franco-tedesco intende imporre in materia di unione fiscale, unione bancaria e quadro istituzionale per attuarle.

Dunque con che cosa stiamo facendo i conti? Per farci capire, e spesso per capirci tra noi, ci limitiamo a parlare e denunciare i Trattati Europei, ma non del processo che i trattati hanno certificato e imposto in questi venticinque anni.

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