Una alternativa euromediterranea alla gabbia della Ue

Il presente documento presenta la proposta di Eurostop, una piattaforma politico-sociale composta da organizzazioni politiche, sindacali e singoli militanti, che ha come obiettivo fondante la rottura di Unione Europea, l’uscita dall’Eurozona e dalla NATO. Con questo documento si vuole presentare ad organizzazioni di altri paesi il progetto strategico della costituzione di un’unione di paesi alternativa a quelle esistenti, fondata su principi radicalmente diversi e che comprenda le due sponde del Mediterraneo.
Unione Europea. Una gabbia da rompere necessariamente
Riteniamo necessario mettere in campo una alternativa all’Unione Europea in quanto blocco imperialista in costruzione e strumento di cui la borghesia europea si sta dotando per competere contro gli altri blocchi nell’arena globale.
Il ruolo dell’Unione Europea è quello definito dall’ortodossia ordoliberale. Non è nata come luogo dei popoli o per assicurargli una maggiore democrazia.
La struttura che possiamo definire come gabbia europea, è fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57, passando per Maastricht e Lisbona, fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”.
I trattati sono una struttura che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con il relativo svuotamento della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo da un lato quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia” e dall’altro scaricando sulle fasce popolari i costi di una crisi sistemica, attraverso sia l’abbassamento delle condizioni di vita che l’aumento del lavoro non pagato. Una situazione che ha visto i paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) particolarmente penalizzati.
I paesi PIGS sono stati massacrati attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei paesi periferici nei confronti dei paesi del centro. La vicenda greca in tal senso è paradigmatica.
Allo stesso tempo la struttura della UE permette ai suoi paesi, congiuntamente ma anche separatamente, di portare avanti le proprie politiche neo-coloniali nei confronti dei paesi dall’altra sponda del mediterraneo. L’imposizione di “accordi quadro” regionali come il trattato di Cotonou o come l’ALECA tra UE e Tunisia sono lo strumento con cui i paesi europei impongono ai paesi africani di “consumare ciò che produce l’Unione Europea e produrre ciò Unione Europea non può o non vuole produrre”, detto con le parole di Mustapha Jouili, economista tunisino. D’altro canto alcuni paesi dell’Africa centrale rimangono tuttora in una condizione di fortissima dipendenza economica e politica dalla zona euro, attraverso le monete coloniali come il franco CFA.
Inoltre l’influenza politica dei paesi della UE in Africa arriva senza problemi all’intervento militare diretto (vedi Libia, ma anche Costa d’Avorio, Mali, Niger etc).

In questa fase del capitalismo in cui la guerra monetaria svolge un ruolo sempre più importante all’interno della competizione inter-imperialista, un architrave della costruzione del polo imperialista europeo è sicuramente costituita dall’Euro.

Si può quindi dire che l’unificazione della politica monetaria e la costituzione dell’Eurozona siano servite a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona, debilitare la posizione commerciale e subordinare la dinamica d’accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro.

La conseguenza è che i PIGS diventano sempre più delle riserve agricole e di servizi turistici e residenziali sottomesse a processi di deindustrializzazione più o meno accelerati.

I paesi della periferia europea hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario alternativo all’Euro e alla globalizzazione capitalista.

Infine hanno bisogno di una politica estera di cooperazione, disarmo nucleare e neutralità attiva che metta fine all’adesione alla Nato e smantelli le basi militari straniere presenti sui nostri territori.

L’esistenza della Unione Europea rimane una gravissima minaccia per i diritti guadagnati dai lavoratori dei paesi che ne fanno parte con le lotte del secolo scorso e una gabbia asfissiante per lo sviluppo degli stessi diritti per i paesi che, pur non facendone parte, vi interagiscono.

Rompere per costruire una area alternativa

Non si può concepire un sistema alternativo in un mercato unico neoliberista come è stato concepito nei Trattati Europei. Le regole di funzionamento di tale mercato impediscono una soluzione che dia stabilità al processo di accumulazione (anche nell’accezione capitalista), ossia un periodo relativamente lungo di crescita in cui si incatenano cicli successivi di espansione e contrazione economica.

Sono i dati concreti che dimostrano come proporre una nuova moneta – per paesi con strutture produttive più o meno simili – sia l’unica alternativa possibile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea, sia di stabilire un blocco politico-industriale propenso ad un modello di accumulazione favorevole per i lavoratori.

È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’Euro, dall’Unione Europea e dalla Nato, non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica e inadeguata sovranità nazionale, ma ha una dimensione immediatamente internazionalista e di classe perché è un passaggio di rottura della catena imperialista che, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace, è in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo.
Per questa ragione riteniamo fondamentale l’estensione ai paesi dall’altra sponda del Mediterraneo di questo progetto di area monetaria, economica e politica alternativa all’Unione Europea e alla Nato. Riteniamo inoltre una cooperazione fondata sull’internazionalismo l’unica possibile soluzione alle tragiche crisi migratorie provocate dagli interventi imperialisti occidentali e che tutte le parti politiche in Europa sfruttano come elemento di propaganda.
Una moneta alternativa è possibile?

Cambiare la moneta nei paesi con un forte squilibrio fiscale porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo si rinomini il debito esterno ed interno con la nuova moneta, al tasso di cambio che i governi considerano più appropriato.

Ovviamente questo rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari europei sono i proprietari della maggior parte del debito della periferia mediterranea.

Ciò che i popoli dell’Europa meridionale e orientale devono considerare è se vogliono continuare a svolgere un ruolo subordinato agli interessi del grande capitale tedesco, francese, europeo o globale, o se sono disposti ad assumersi i rischi della libertà.

Riteniamo necessario, per la sopravvivenza dei popoli e delle classi lavoratrici, che con un’impostazione e con principi di classe vada rilanciato e rafforzato il progetto dell’ALBA Euromediterranea.

Possiamo semplificarlo come un processo rivoluzionario Euro-mediterraneo, un’area di interessi di classe che prende come riferimento, in quanto area alternativa economico—sociale in chiave anti-imperialista, l’ALBA dell’America Latina.

Si tratta di un processo politico di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il SUCRE, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.

Riteniamo che l’Alba Euromediterranea sia una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico per un progetto di rottura con il capitalismo globale, sia per ragioni politiche che economiche.

Costruire una area monetaria e di integrazione alternativa all’Unione Europea, tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee, è una alternativa possibile per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa a carattere socialista, anche in una fase di transizione possibile.

 L’alternativa possibile e necessaria richiede la coniugazione immediata di un percorso tattico rivendicativo interno alle lotte e al conflitto sociale con la prospettiva strategica di potere del superamento del modo di produzione capitalista in chiave socialista; un “Programma Economico Sociale di Controtendenza”, quindi una maggiore qualificazione e avanzamento nelle richieste e nelle analisi dei lavoratori, dei cittadini e delle organizzazioni.

Si tratta cioè di distribuire l’accumulazione del valore a chi l’ha creata ed a chi è stato finora impedito di entrare in un mondo del lavoro a pieno salario e pieni diritti.

Un programma per una area alternativa euromediterranea

I nodi centrali del programma si possono riassumere nei seguenti otto punti

1. La costituzione di una moneta comune “Sucre Mediterraneo”, emessa da una Banca Centrale controllata dallo Stato che abbia come obiettivo una politica di piena occupazione e una produzione solidale e eco-socio-sostenibile, può essere uno strumento per un’alternativa per paesi con una base produttiva dipendente e meno sofisticata tecnologicamente che, vista l’esperienza della semi periferia Euro-mediterranea, chiedono immediatamente di non essere intrappolati dall’utilizzo politico-monetario dell’Euro. Paesi che per forza di cose sono sottomessi ad una necessità d’importazione massiccia di prodotti proveniente dai paesi più avanzati del centro e nord dell’Eurozona. Allo stesso modo, se impostata nell’ottica della solidarietà e della complementarità, può essere uno strumento importante nella cooperazione economica e commerciale per i paesi della sponda sud del Mediterraneo, che potrebbero sganciarsi dal dollaro e dall’euro, a cui sono legati (attraverso il franco CFA o meno).

2. La nazionalizzazione delle banche di investimento è la parte più importante del processo generale di uscita dalla finanziarizzazione dell’economia globale. Finché non si sarà realizzato questo obiettivo continuerà il deterioramento della qualità della vita e del lavoro al solo fine di aumentare il tasso di profitto. Rompere la logica del capitale finanziario significa nazionalizzare le decisioni d’investimento per favorire le attività socialmente utili, sottoposte a criteri di rendimento sociale ed ecologico, che sono criteri di medio e lungo termine. Inoltre in una situazione di insolvenza e di dipendenza dall’aiuto pubblico, il controllo del sistema finanziario è anche un requisito per evitare la fuga dei capitali e per eliminare la drammatica e storica tradizione capitalistica di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

3. Il controllo sociale degli investimenti è imprescindibile per dinamicizzare l’attività produttiva, e per orientare il credito in funzione di ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione e dell’utilità sociale. È necessario incanalare il risparmio verso investimenti produttivi, capaci di creare lavoro e ricchezza non misurabile esclusivamente in termini di PIL, ma in termini di crescita di socialità, di ricchezza sociale ridistribuita pienamente al lavoro, di civiltà e di umanità.  Tali obiettivi sono radicalmente diversi da quelli che si pone la banca privata che è orientata al criterio del massimo profitto a breve termine. In questo modo sarà possibile riaffermare il ruolo di uno Stato garante delle esigenze collettive e degli equilibri sociali, con investimenti frutto delle entrate fiscali che pongano al centro gli interessi dei lavoratori e i bisogni socio-economici dei cittadini.

4. La nazionalizzazione dei settori strategici delle comunicazioni, energia e trasporti può portare le risorse necessarie per realizzare una strategia di rilancio produttivo a breve termine. Una strategia che permetta di creare le condizioni affinché milioni di disoccupati nei Paesi della periferia Europea mediterranea comincino a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile. Questi settori strategici sono le attività produttive che stanno ottenendo i maggiori benefici dal sistema attuale, come risultato della gestione delle risorse naturali non rinnovabili sulla base di una intensa socializzazione dei costi che non vengono imputati come costi interni (i costi di inquinamento, la distruzione di risorse naturali ecc.). Questi settori inoltre hanno ottenuto forti risultati positivi perché hanno beneficiato della privatizzazione di reti di comunicazione e tecnologie, la maggior parte delle quali si sviluppano con risorse pubbliche.

5. Invertire il flusso delle risorse, dal capitale verso lo Stato e la società, dalle rendite finanziarie verso i salari diretti e indiretti. È fondamentale tassare finalmente nei modi diversi il capitale, fino a giungere anche alla tassazione dell’innovazione tecnologica, redistribuendo gli introiti fiscali alla forza lavoro che va a sostituire. Bisogna capire questo nesso indissolubile fra mutamenti delle linee dello sviluppo e ruolo locale e centrale dell’industria pubblica e dell’economia pubblica in genere. Questo cambiamento radicale nella politica fiscale può stimolare le risorse necessarie in una prima fase per iniziare un vasto programma di rilancio economico e di miglioramento della qualità della vita. Bisogna portare avanti una lotta reale all’evasione fiscale, attraverso appropriati controlli mediante un’anagrafe patrimoniale ed una efficiente anagrafe tributaria. Tutto ciò significa far riappropriare i ceti meno abbienti della popolazione, i lavoratori, composti da occupati e non occupati, di quella ricchezza sociale da loro stessi prodotta e realizzata e che si è sostanziata nel tempo in quegli incrementi di produttività che sono andati fino ad oggi ad esclusivo vantaggio del capitale.

6. Il cambiamento tecnologico in un modello di sviluppo autodeterminato a compatibilità socio-ambientale può rappresentare un progresso tecnico e sociale se è frutto di una decisione collettiva dei lavoratori, maggioritaria, responsabile, aperta al dialogo, negoziata e contrattata. È stata una decisione che si è lasciata sempre in mano degli imprenditori e del capitale. E’ importante il recupero tecnologico in settori tradizionali e lo sfruttamento della adattabilità alle esigenze e alternative che si presentano di volta in volta. Alternative che sono possibili solo con un serio governo pianificato di indirizzo dello sviluppo che non può prescindere dal fondamentale ruolo pubblico nei servizi essenziali e nei settori strategici dell’economia.

7. Una transizione ecologica reale, che rifiuti quindi da un lato il greenwashing del capitale e dall’altro l’imposizione forzata di modelli di sviluppo estranei alla struttura produttiva e sociale di un paese, diventa sempre più un’urgenza globale, e per essere compiuta negli interessi delle classi popolari e dell’umanità nel suo complesso non può che essere portata avanti attraverso una pianificazione pubblica e razionale.

8. Quello di cui hanno bisogno le economie periferiche Europee e del Maghreb per uscire dall’attuale marasma è una politica di creazione massiccia di posti di lavoro a tempo indeterminato, a pieno salario e pieni diritti realizzato anche attraverso la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 32 ore a parità di salario. Gli enormi bisogni sociali non soddisfatti (dalla casa, ai servizi e attenzioni per le persone a vario titolo non autosufficienti, più in generale l’immenso ammontare di lavoro non pagato che solitamente si scarica in gran parte sulle donne, i servizi sociali centrali e locali, la salute, la formazione, i servizi di gestione e cura dell’ecosistema ecc.) possono essere coperti nel tempo con un programma sostenuto di formazione e creazione di posti di lavoro.

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