Assemblea a Roma (Luglio 2015)

“Eurostop: Ue irriformabile, serve un movimento che punti alla sua rottura”

Redazione Contropiano

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Sala piena, ieri sera, per l’assemblea romana che voleva fare il punto, sia pure provvisorio, sui “dieci giorni” che hanno sconvolto l’immaginario progressista sulla natura dell’Unione europea. Militanti, attivisti di lunga o breve militanza, sindacalisti riuniti per prendere atto che qualcosa di profondo è definitivamente cambiato nel nostro orizzonte e occorre prenderne atto il prima possibile, altrimenti anche il più serio dei conflitti sociali è destinato a esaurirsi  senza produrre risultati né lasciare traccia.

Mauro Casadio, per la campagna Eurostop Italia – partita due mesi fa nel Forum di Napoli, che si va allargando contemporaneamente anche in Grecia e in Spagna – introduce delineando il fatto politico nuovo: il “golpe” condotto contro il governo greco è la dimostrazione empirica, concreta, di quella che fino a due settimane fa sembrava solo il frutto di un’analisi complessa. Ovvero che l’Unione Europea non è affatto uno “spazio politico” entro cui far giocare interessi e programmi socio-politici di ogni tipo, ma una macchina da guerra costruita contro il movimento operaio, i diritti del lavoro, la possibilità stessa di tradurre il conflitto sociale in atti legislativi positivi, in “riforme sociali” di segno progressivo.

Quindi non possono avere più alcuna possibilità di incidere tutte quelle visioni “riformiste” che non prendono atto di questa realtà istituzionale, transnazionale e tendenzialmente apolide, che però sforna decisioni vincolanti per 500 milioni di persone senza che queste possano mai pronunciarsi nel merito di quelle disposizioni.

La Grecia è stata per sua sfortuna il laboratorio in cui questa realtà si è manifestata con particolare chiarezza e durezza. Un  movimento di sinistra radicale, cresciuto in cinque anni di conflitto sociale e quasi venti scioperi generali, che oltretutto aveva avuto la lungimiranza di non prestarsi mai – al contrario dei tifosi italici – ad alleanze elettorali con i “democratici” del Pasok (il corrispettivo del Pd, più o meno) ha vinto le elezioni su un programma tanto popolare quanto impossibile: restare nell’Unione Europea e nella moneta unica, ma mettendo fine alle politiche di austerità.

Quasi sei mesi di finte trattative, proposte via via meno radicali, marce indietro e un referendum clamorosamente vinto e immediatamente rovesciato nel suo contrario, hanno portato solo a un terzo “memorandum” di diktat, in un crescendo di “intenti punitivi” per chi aveva osato chiedere un allentamento del “rigore” (mica la rivoluzione…).

L’austerità è l’Unione Europea, non una parentesi sbagliata in un percorso correggibile. E’ la conseguenza diretta di trattati pensati, scritti e firmati per consolidare e stabilizzare regole indiscutibili, “migliori pratiche” con forza di legge. Chi non vuole seguirle perché le ritiene sbagliate o mortali (per acune classi, per un paese, ecc), chi le vorrebbe correggere, ha solo due scelte davanti: rinunciare al proprio programma oppure andarsene, obbedire o venir punito. E non esiste alcuna possibilità di costruire alleanze “riformiste” che possano cambiare i rapporti di forza interni alla Ue, perché ogni riscrittura di trattato prevede l’unanimità tra i membri e in ogni caso il cosiddetto parlamento europeo non ha alcun potere legislativo.

Dunque la posizione sull’Unione Europea diventa una discriminante di fatto, da stabilire a monte di qualsiasi scelta strategica. Devi sapere in ogni istante  della tua azione politica, sindacale, sociale, che se anche arrivassi a conquistare la maggioranza politica del tuo paese avresti davanti un muro che ti imporrà scelte contrarie. Con questa macchina infernale non si può trattare, non è fatta per essere messa in discussione ed eventualmente “aggiustata”.

E’ una discriminante che d’ora in poi distinguerà  immediatamente i resti della sinistra “astratta” – che certo critica questo o quell’aspetto dell’austerità ordoliberale, ma si muove dentro il recinto della continuità istituzionale “europeista” – dal movimento, tutto da costruire, che persegue la rottura di quella macchina imperialista come condizione imprescindibile per qualsiasi ipotesi di progresso e giustizia sociale.

Il parlamentare del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista, interviene sapendo benissimo che questa platea è ben diversa da quelle cui è abituato. Ma è anche il promotore, nel suo movimento, dell’apertura di una discussione sulla proposta di Alba euromediterranea e di relazioni privilegiate con i paesi Brics come alternativa possibile a questa Unione Europea che distrugge la democrazia, la libertà dei popoli, l’autonomia dei parlamenti, la possibilità di utilizzare le risorse per obiettivi autodeterminati.

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