L’Italia terra di contesa geopolitica. L’emergenza coronavirus evoca nuove alleanze

di Sergio Cararo

Facendo un giro di ricognizione sul come vari think thank euroatlantici stanno valutando l’impatto della pandemia di coronavirus, emerge piuttosto chiaramente come una delle preoccupazioni (ma qualcuno sotto sotto ne valuta anche le opportunità) sia il fatto che l’Italia – membro fondatore della Nato e dell’Unione Europea – sia diventata una faglia geopolitica degli equilibri internazionali del prossimo futuro.

Il fatto che gli aiuti per fronteggiare l’emergenza coronavirus non siano arrivati con aerei e convoglio battenti bandiere a stelle e strisce o con le stelle della Ue, ma battenti la bandiera rossa con la stella della Cina, o quelle di Cuba o della Russia, ha strappato bruscamente il velo delle vecchie alleanze dell’Italia (Usa, Nato, Ue) e reso visibile che il mondo tornato multipolare mette a disposizione nuove possibili alleanze.

La questione era già emersa sia con l’interessamento e il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta, sia con l’obiettiva e crescente divaricazione con la kerner Europe cioè il nucleo nordico dell’Unione Europea che ruota intorno all’ormai insopportabile rigore (per gli altri) di Stati come Germania, Olanda etc. e la conferma della loro divaricazione di interessi dai paesi euromediterranei, in particolare Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. La Francia ancora una volta è presa in mezzo. Da un lato l’altissimo livello di integrazione tra le multinazionali e le grandi imprese capitaliste franco-tedesco che da tempo puntano ai “campioni europei” per la competizione globale evocati dal ministro dell’industria tedesco Altmaier, dall’altro una spontanea tendenza – fortemente sentita a livello sociale – a sottrarsi al mortale abbraccio tedesco.

Già con le opportunità evocate dal progetto sulla Nuova Via della Seta cinese e, di contro, l’assurdità/diseconomicità delle sanzioni alla Russia o all’Iran, anche un pezzo di borghesia italiana andava chiedendosi sempre più rumorosamente quale fosse il guadagno nel rimanere ingabbiati nelle vecchie alleanze. Non solo l’Unione Europea che è sempre lì a battere cassa con la bacchetta in mano, ma anche la Nato, tutta impegnata a rilanciare la guerra fredda e manovre militari contro la Russia, era stata del tutto silente quando ad esempio si sono palesati i conflitti o l’emergenza sulla massiccia immigrazione sugli Stati di prima linea dell’Europa, in particolare quelli mediterranei. Insomma quel ripetuto e fattuale “cavateveli da soli” si era già palesato negli ultimi anni e qualche breccia l’aveva già aperta. Ma in queste settimane la breccia si è allargata di brutto e le domande cominciano a farsi più numerose. Insospettabili e stringenti.

Due esempi di come questa nuova situazione sta mettendo in fibrillazione la vecchia logica euroatlantica tra gli analisti, sono questi due video.

Il primo è del direttore di Limes Lucio Caracciolo (che appare piuttosto destabilizzato nelle sue consolidate certezze).

Il secondo è di Paolo Magri, presidente dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale (Ispi), il quale di fronte agli aiuti arrivati tempestivamente da Cina, Cuba, Russia e non dagli Usa, si chiede: “Oggi chi sono i nostri?”

Il massimo dell’improbabilità è stato però raggiunto da un articolo sul gettonato giornale online “L’Inkiesta”, dove si arriva a dire che gli aiuti della Nato all’Italia per l’emergenza coronavirus sono stati superiori a quelli di Cina a Russia… ma sono stati comunicati male. Incredibile a a credersi che la Nato, vera a propria “bestia” nella gestione della comunicazione e della propaganda (difficile dimenticare la guerra d’aggressione alla Jugoslavia nel 1999), abbia difettato proprio sul piano della comunicazione? Insomma l’Italia avrebbe ricevuto dalla Nato degli aiuti “a sua insaputa”.

Anche un altro dei think thank storicamente euroatlantici, come l’Istituto Affari Internazionali, appare inquieto e cerca di metterci di pezza rilanciando la contrapposizione tra modello occidentale e “dispotismo asiatico”. L’emergenza coronavirus, rileva Affari Internazionali, agevola le spinte all’autoritarismo rendendolo agli occhi dell’opinione pubblica una soluzione vincente, anche per il dopo emergenza. Secondo il suo direttore Gianni Bonvicini “Ci troveremo domani a combattere un virus che non rappresenta solo un grave problema sanitario, ma una notevole sfida sul piano economico e sulla sopravvivenza dei nostri valori democratici”.

Ma questa tendenza, secondo Bonvicini, non è nata con l’emergenza pandemica, in realtà era già emersa dentro l’accresciuta crisi economica del primo decennio del XXI Secolo: “L’ultimo rapporto “Freedom in the World“ relativo al 2018 fa un interessante confronto dello stato della democrazia fra due periodi successivi. Dal 1989 (anno della caduta del Muro di Berlino) al 2005 i Paesi “non liberi” erano diminuiti dal 37% al 23%, mentre le nuove democrazie avevano visto il balzo dal 36 al 46%. Nel successivo arco temporale, dal 2005 al 2018, l’andamento è stato opposto: i Paesi liberi sono diminuiti del 44% mentre quelli autoritari e dittatoriali sono aumentanti del 26%.”.

Insomma il mondo che abbiamo conosciuto, le vecchie alleanze, i dogmi economici che hanno dominato fino ad oggi sono in fortissima rimessa in discussione. Che questo porti con sé automaticamente un segno progressista (il socialismo del XXI Secolo) non appare affatto scontato, ma è indubbio che il visibile fallimento del sistema dominante, sia sul piano economico/sociale che sul piano politico/civile, riconsegni alle opzioni del cambiamento e delle alternative di modello sociale delle chance che sembravano liquidate e rimosse storicamente (do you remember la “fine della storia” di Francis Fukuyama?).

E l’Italia? L’Italia dentro questo scossone della storia torna a rivelarsi come l’anello debole dell’imperialismo. Non solo. La frattura sostanziale tra il nucleo centrale dell’Unione Europea e i suoi paesi periferici sulla gestione della pandemia e la gestione delle risorse economiche per fare fronte alla crisi sociale che ne sta derivando, manifesta con evidenza come l’area alternativa euromediterranea, e la proposta politica della sua costruzione che abbiamo avanzato in questi anni, stia nell’ordine delle cose e nell’ordine del possibile.

Indicare un altro modello di integrazione regionale e di priorità sociali negli investimenti, nell’allocazione delle risorse, nei rapporti di proprietà più adeguati al post emergenza (le nazionalizzazioni ad esempio) e nella neutralità e cooperazione in politica estera, assume oggi una forza evocativa e un immaginario di cambiamento prima assai più difficile da presentare come alternativa possibile al fallimento del modello, degli istituti e delle alleanze pre-esistenti.

In Italia e non solo, si può aprire una faglia sociale e geopolitica di estremo interesse per i comunisti e le forze rivoluzionarie. Bandito ogni velleitarismo ed ogni sentimento autoconsolatorio, le condizioni per riaprire una prospettiva di cambiamento oggi sono immensamente più forti che solo tre mesi fa.

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