In mente c’è l’Europa ma sul piatto c’è solo l’Unione Europea

Mentre impazza lo scontro tra salvinisti e macroniani, si sente l’esigenza di qualche elemento di razionalità in questa fase di isteria e regressione civile ben visibile a occhio nudo.
In questi anni abbiamo insistito molto sul linguaggio. Il senso comune ha sempre confuso – talvolta strumentalmente, talvolta inconsapevolmente – l’Europa con l’Unione Europea. E abbiamo insistito affinché questa sovrapposizione venisse espulsa dall’analisi e dalla comunicazione politica.
I fatti di questi giorni, con la polemica frontale e dai toni sciovinisti tra l’Italia e la Francia sulla questione dei migranti, confermano questa contraddizione, troppo spesso rimossa o sottovalutata.
Sia in alto che in basso, si pensa all’Europa come entità salvifica e antidoto agli orrori del XX Secolo (la guerra, il nazionalismo etc.). Per anni si è guardato alla integrazione europea come fattore di modernizzazione del sistema politico ed economico, come rimedio superiore alla corruzione e alle arretratezze nei paesi periferici.
In una inchiesta sulla soggettività condotta tra i lavoratori alla fine degli anni Novanta (pubblicata ne “La coscienza di Cipputi”), avevamo avanzato due domande: la prima era una valutazione sull’unificazione europea, la seconda una valutazione sulle conseguenze del Trattato di Maastricht. Le risposte dei lavoratori indicavano con tutta evidenza la contraddizione. Un vero e proprio plebiscito a favore dell’unificazione europea ma una valutazione negativa delle conseguenze del Trattato di Maastricht. Erano gli anni in cui le politiche lacrime e sangue si erano palesate con pesantezza (i governi Amato, Ciampi, Dini, Prodi e la parentesi di Berlusconi), ed erano politiche attuate da governi che hanno usato come una clava quel “Ce lo chiede l’Europa” per giustificare tagli al welfare, privatizzazioni, blocco dei salari etc.
Dunque tra l’idealizzazione dell’Europa come fonte di modernizzazione e salvezza e la realtà materializzata dall’Unione Europea e l’Eurozona (nata con il Trattato di Maastricht), si è ben presto manifestata una contraddizione evidente, un segno della natura e del dominio di classe con cui l’Unione Europea è stata edificata “sull’Europa”.
Eppure non possiamo nascondere che anche a sinistra questa evidente distinzione e contraddizione sia stata rimossa o addirittura sussunta come orizzonte ineluttabile. Anzi è stata fatta propria come un antidoto ai rigurgiti nazionalisti, una logica che ha via via rimosso ogni sensato ragionamento sulla sovranità popolare del paese ben indicata come centrale anche nell’art.1 della Costituzione.
La paura delle parole e un certo cosmopolitismo caratteristico delle classi dominanti, è penetrato in profondità anche nella formazione del punto di vista di tanti militanti e attivisti della sinistra, in particolare tra i più giovani, che hanno continuato a guardare all’Europa come mito progressista mentre avevano a disposizione una Unione Europea di segno radicalmente opposto (solo lo 0,1 degli studenti ha accesso al tanto mitizzato Erasmus).
Sulla questione dei migranti, oggi tutti possono verificare come il mito dell’Europa salvezza e salvatrice si schianti contro la realtà di una Unione Europea in cui prevale la logica costi/benefici piuttosto che l’umanità o soluzioni che non prescindano dal fattore umano.
I costi e i benefici sono soprattutto quelli economici ma un verto valore lo stanno acquisendo anche quelli politici. Sbarrare la strada o organizzare la gestione dei migranti non ha costi elevati, anzi sono perfettamente gestibili dai bilanci di ogni singolo stato, figuriamoci dal bilancio della Ue. A costi bassi corrispondono però benefici politici altissimi se, nel primo caso, si cavalca l’onda della xenofobia e della paura. Costo zero dunque e alti benefici.
Ma se si passa ad altri capitoli le cose cambiano. Se si mette mano ai capitoli sul welfare, le pensioni, il reddito per i disoccupati e i working poors, per la costruzione di case popolari, i costi salgono e diventano incompatibili con i vincoli di bilancio imposti dai diktat dell’Unione Europea.
I tre governi che convivono dentro il governo Conte (quello che interloquisce con Bruxelles, quello che parla alle viscere della società e quello che alimenta le aspettative su onestà e legalità), con le sortite di Salvini potrebbero aver già speso il bonus presso l’Unione Europea per ottenere la flessibilità sui conti così da poter in qualche modo mantenere le promesse fatte sul piano sociale.
E quando la società dovesse chiedere conto sul perché non viene abolita la Fornero o distribuito il reddito di cittadinanza, cosa gli verrà risposto? Che ce lo ha detto l’Europa? Oppure che ce l’ha imposto l’Unione Europea? Certo, come negli anni Trenta, oggi invece degli ebrei sono gli immigrati che vengono dati in pasto alle frustrazioni sociali. L’inerzia o la ferocia a cui assistiamo di fronte a quello che accade verso gli immigrati somiglia moltissimo al clima che scatenò le persecuzioni razziali nel cuore dell’Europa “civilizzata”.
Ma non avevano detto che la costruzione dell’Unione Europea doveva servire proprio a impedire tutto questo? Abbiamo la netta sensazione che la costruzione dell’Unione Europea sull’Europa in realtà non poteva che portare a questi risultati. L’egemonia e i danni prodotti dalle elìte liberali hanno prodotto il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. E l’egemonia liberale sull’Unione Europea spacciata per Europa è stata pesantissima. Oggi sta andando in crisi, come negli anni Trenta dello scorso secolo, e i risultati – questi sì più che vomitevoli – sono sotto gli occhi di tutti.

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