Il Programma Fondamentale della Piattaforma Eurostop

In previsione dell’assemblea nazionale di Eurostop di sabato 15 settembre ripubblichiamo il programma fondamentale della Piattaforma Eurostop approvato dall’assemblea costituente del 1 luglio 2017.

Il programma fondamentale di Eurostop non è un puro programma di governo, anche se è come questo si può anche configurare. Esso è prima di tutto un atto di rottura contro i poteri e le forze dell’oppressione ed uno strumento che ha l’obiettivo di organizzare la forza delle classi subalterne per lottare contro di essi.
La scelta di partire con – e non di giungere alla – “rottura con l’EURO, la UE, la NATO”, è determinata proprio dalla necessità di uscire dal mondo dei sogni e delle buone intenzioni, che si è sempre dissolto di fronte alle dure repliche dei poteri economici e degli impegni militari. Non basta dire ciò che si vuole, bisogna individuare chi per primo impedisce di ottenere ciò che si vuole.
È necessario che gli esclusi, gli oppressi e gli sfruttati che subiscono i colpi delle politiche di austerità e di guerra, abbiano nel profondo delle loro coscienze la consapevolezza che non ci sarà nessun cambiamento nella loro condizione se non verranno messi in discussione i vincoli ed i poteri che disciplinano quelle politiche. Se si ha paura della rottura dei vincoli dell’EURO, della UE, della NATO, i poteri e gli interessi tutelati da questi strumenti potranno sempre usare il terrore del salto nel buio per imporre la resa. La micidiale gabbia del “there is not alternative”, va spezzata e superata nella propria testa ancora prima che nella società.
Il programma di Eurostop parte dai principi e dagli indirizzi economico-sociali della Costituzione del 1948, solo in parte applicati grazie al poderoso movimento di lotta degli anni 70 del secolo scorso e poi completamente negati dalle riforme liberiste iniziate negli anni 80 e continuate fino ad oggi. C’è una assoluta incompatibilità tra i principi sociali e di pace della Costituzione repubblicana con i Trattati Europei e l’impegno militare nella NATO. Tale contrasto è sempre più forte man mano che le politiche liberiste e quelle di guerra sono messe in opera dai governi, ed è per questo che hanno tentato di devastare le stesse regole formali della Costituzione, scontrandosi però un fortissimo NO da parte della grande maggioranza del popolo italiano.
Attuare la Costituzione significa in primo luogo porsi come obiettivo prioritario l’abbattimento della disoccupazione di massa con un adeguato piano di intervento pubblico nella economia, finanziato da una spesa pubblica e da un sistema bancario in mano allo Stato. Per questo è prioritaria la nazionalizzazione della Banca d’Italia e la fine della sua separazione dal Tesoro, così come sono indispensabili il pieno controllo statale sulla moneta, un altrettanto rigido controllo su tutti i movimenti di capitale e misure straordinarie per sradicare la grande evasione fiscale.
Le nazionalizzazioni di banche ed imprese strategiche saranno le leve fondamentali per l’intervento pubblico nell’economia, il quale dovrà avere come obiettivo non solo la piena occupazione, ma l’affermazione di un modello di sviluppo alternativo da quello del capitalismo liberista, uno sviluppo fondato non sulla liquidazione ma sulla crescita dei diritti del lavoro, sociali, civili, sulla salvaguardia dell’ambiente, sulla valorizzazione del patrimonio culturale del paese.
Per questo è decisivo un nuovo impulso alla crescita di tutto lo stato sociale e di tutto il sistema scolastico, formativo, di ricerca pubblici. Nello stesso tempo dovranno essere cancellati gran parte dei programmi di spesa militare, che dovrà essere drasticamente abbattuta, anche con il ritiro unilaterale da tutti gli interventi militari all’estero e dai trattati militari esistenti. Solo un programma di sviluppo sociale egualitario e l’abbandono della guerra potranno dare una risposta giusta e solidale alle migrazioni e ai migranti.
Per realizzare questi obiettivi non sono solo indispensabili misure immediate di governo, ma è necessaria una vasta opera di abrogazione delle norme liberiste sul lavoro e sulla economia, così come delle misure di polizia e di promozione degli interventi militari, varate negli ultimi trenta anni. E’ necessario che la legislazione assicuri e promuova la massima partecipazione democratica dei lavoratori e dei cittadini, nei luoghi di lavoro e nei sindacati, nella scuola, nei comuni, nei territori, nel parlamento.
La realizzazione di un programma con questi contenuti non sarebbe ancora il socialismo, ma reintrodurrebbe la via socialista nelle scelte e nelle possibilità concrete della nostra società, travolgendo il totalitarismo economico liberista.
Come si realizza allora questa rottura?
È chiaro che occorrono scelte di governo e mobilitazioni di massa adeguate e che tutto questo oggi non è ancora in campo ed è ancora difficile intravederlo. Enorme è il contrasto tra le necessità di cambiamenti radicali che pure nel senso comune si diffondono e la realtà delle forze in campo. Dopo la Brexit il sistema di potere europeo ha reagito ed è riuscito ad affermare una sua parziale stabilizzazione. Il programma di cambiamento e la rottura necessaria a realizzarlo non sono frutti maturi da staccare dall’albero. È necessario un processo di accumulazione di forze e di diffusione di consapevolezza sulla portata delle scelte da compiere.
La costruzione di coscienza e forza sul programma dovrà quindi assumere l’ “ITALEXIT” come possibile sbocco immediato della rottura, e predisporre così gli strumenti e le azioni affinché essa si realizzi. Questo è l’esatto opposto di una scelta nazionalista: la rottura da parte dell’Italia per realizzare un avanzato programma di pace e eguaglianza sociale, richiederà il massimo di solidarietà internazionale ed il massimo di iniziativa perché quella rottura sia fatta propria da altri paesi. Così del resto è sempre stata la migliore storia d’Europa: un popolo rovescia il potere ingiusto ed oppressivo nel suo paese e in breve tanti altri provano o riescono a fare lo stesso in tutto il continente.

I PUNTI DI PROGRAMMA.
1) Uscire dall’Euro, lavorare per una nuova moneta comune all’Europa mediterranea.
Ferma restando la necessità della rottura unilaterale con l’ Euro, è altresì importante operare per nuova politica di accordi monetari affinché il cambiamento del sistema monetario e finanziario sia una risposta congiunta. Il peso dei paesi della periferia europea mediterranea infatti è molto superiore a quello dei singoli paesi presi separatamente, e la sua capacità di resistenza e negoziazione è molto maggiore se realizzata congiuntamente, in particolare se ci si è rafforzati strutturalmente con la nazionalizzazione delle banche e dei settori strategici (energia, comunicazioni, trasporti, industrie vitali per il sistema industriale).

2) Disdetta di tutti i trattati UE
Eurostop si batte per la disdetta dell’adesione dell’Italia ai Trattati Europei, a partire dal Trattato di Maastricht fino al Fiscal Compact, e per l’abbandono di tutti i loro vincoli che impongono l’austerità. Conseguente uscita dalla Unione Europea e denuncia del debito pubblico.
La rideterminazione del debito nella nuova moneta andrà relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce. Rifiuto e azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello con le banche e le istituzioni finanziarie, e imposizione di una rinegoziazione dello stesso debito residuo.

3) Ridare centralità al ruolo del pubblico e dello Stato.
Di fronte alla devastazione prodotta dalle privatizzazioni e dalla riduzione della funzione pubblica, al primo posto del programma della Piattaforma Sociale Eurostop non può che esserci la riproposizione della preminenza del ruolo democratico dello Stato nella trasformazione che intendiamo realizzare e che proponiamo ai lavoratori e ai settori sempre più socialmente penalizzati. La questione dello Stato è dirimente, perchè va indicato chiaramente quale sia lo strumento da contrapporre ai poteri economici e finanziari dominanti e liberisti per dare concretezza alle proposte sul programma sulle questioni economiche e sociali e di sviluppo civile che determinano la vita quotidiana dei settori della popolazione in crisi sociale. Questo aspetto sta dentro la prospettiva e l’obiettivo di costruire un blocco sociale in grado di esprimere opposizione ed una propria rappresentanza politica indipendente. E’ da qui che si deve ripartire per convertire i fini dell’apparato economico, produttivo e finanziario, invertendo l’ordine delle priorità da quelli privati a quelli sociali e pubblici.

4) Nazionalizzare i settori strategici e le imprese in crisi strutturale
La nazionalizzazione a gestione democratica dei settori strategici delle comunicazioni, dell’energia e dei trasporti non solo può essere un mezzo giusto, ma allo stesso tempo potrà portare le risorse per realizzare una strategia di rilancio produttivo a breve termine che permetta di creare le condizioni affinché milioni di disoccupati nei Paesi della periferia europea mediterranea comincino a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile. Questi settori strategici sono le attività produttive che stanno ottenendo maggiori benefici, come risultato della gestione delle risorse naturali non rinnovabili sulla base di una intensa socializzazione dei costi che non vengono imputati come costi interni (i costi di inquinamento, la distruzione di risorse naturali ecc.), o comunque tali settori stanno ottenendo forti risultati positivi perché stanno beneficiando della privatizzazione di reti di comunicazione e tecnologie, la maggior parte delle quali si sviluppano con risorse pubbliche. La nazionalizzazione va estesa a quelle industrie strategiche per il sistema economico. I casi dell’Ilva, dell’Alcoa, dell’Irisbus sono lì a dimostrare che la cannibalizzazione del sistema industriale da parte delle multinazionali ha portato a crisi aziendali e chiusure delle imprese che invece hanno possibilità reali.

5) Contro la finanziarizzazione, nazionalizzare le banche.
La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione (incluso la proibizione momentanea) della fuoriuscita dei capitali dall’area stessa. La nazionalizzazione delle banche in una situazione di insolvenza e di dipendenza dall’aiuto pubblico è anche un requisito per evitare la fuga dei capitali e per eliminare la drammatica e storica tradizione capitalistica di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.
La nazionalizzazione delle banche è la parte più importante del processo generale per uscire dalla finanziarizzazione dell’economia globale. Finché non si sarà realizzato questo obiettivo, continuerà il deterioramento della qualità della vita e del lavoro al solo fine di aumentare il tasso di profitto. Rompere la logica del capitale finanziario significa nazionalizzare le decisioni d’investimento per favorire le attività socialmente utili, sottoposte a un criterio di rendimento sociale ed ecologico, che sono criteri di medio e lungo termine. Il controllo sociale degli investimenti è imprescindibile per dinamizzare l’attività produttiva e per orientare il credito in funzione di ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione, dell’utilità sociale e della salvaguardia dell’ambiente; tali funzioni sono fortemente differenti da quelle che applica la banca privata che è orientata al criterio del massimo profitto a breve termine.

6) Attaccare l’evasione fiscale, tassare tutti i capitali
Tassazione dei capitali e una forte e coerente patrimoniale attraverso un’equità fiscale che colpisca l’evasione, la speculazione dei capitali ad investimento finanziario e forme di tassazione complessiva generale dei capitali da destinare alla lotta alle povertà e per le esigenze socio-ambientali ed occupazionali; attraverso un’equità distributiva che rafforzi lo Stato sociale determinando un Welfare dei nuovi diritti di cittadinanza fondato sulla socializzazione dell’accumulazione del capitale.
Realizzare quindi una incisiva politica delle entrate che finalmente punti ad una vera riduzione dell’evasione fiscale e ad una seria tassazione di tutti i capitali. Tassare finalmente nei modi diversi il capitale caricando gli stessi oneri gravanti sulla forza lavoro che va a sostituire; effettuare degli appropriati controlli attraverso un’anagrafe patrimoniale ed una efficiente anagrafe tributaria. Tutto ciò significa far riappropriare i ceti meno abbienti della popolazione, composta da lavoratori occupati e non occupati e dai lavoratori autonomi individuali, di quella ricchezza sociale da loro stessi prodotta e realizzata e che si è sostanziata nel tempo in quegli incrementi di produttività che sono però andati fino ad oggi ad esclusivo vantaggio del capitale.

7) Fine del regime della precarietà del lavoro.
Abolizione Jobs act, Pacchetto Treu e ritorno al sistema di lavoro con contratto a tempo indeterminato. Ripristino ed estensione della tutela dell’articolo 18. Ripristino del collocamento pubblico come sola forma di collocamento. Estensione del principio di responsabilità a tutta la catena del valore. Nelle pubbliche amministrazioni divieto di gare d’appalto al massimo ribasso e reinternalizzazione di tutte le attività e i servizi fondamentali.

8) Il sapere come bene comune e pubblico
Un gigantesco piano di rilancio della scuola, dell’università, della formazione e della ricerca pubbliche. Fine del finanziamento pubblico alle scuole private e della aziendalizzazione e delle sponsorizzazioni private per scuola ed università pubbliche. Abolizione della “buona scuola” di Renzi e della riforma Berlinguer della università. Abolizione del numero chiuso e programma generalizzato di diritto allo studio. Fine dalla precarietà per docenti, ricercatori, tecnici del sistema pubblico.

9) Cambiamento della cultura tecnologica, produzioni finalizzate alla utilità sociale.
Dall’epoca “luddista” – quando gli operai distruggevano le macchine che andavano a sostituire il loro posto nelle fabbriche tessili – i sindacati dei lavoratori hanno rinunciato a controllare, a regolare e a partecipare nel senso e nell’orientamento del cambiamento tecnologico. È stata una decisione che si è lasciata sempre nelle mani degli imprenditori e del capitale.
Invertire questa tendenza secolare implica intendere in altra maniera lo sviluppo democratico, comprendere che il dibattito sulla tecnologia esige che tra i lavoratori vi sia una cultura tecnologica, che oggi non c’è, delle strutture che servano a canalizzare e organizzare il dibattito sul cambio tecnico e non: per esempio, il processo attuale di privatizzazione delle risorse e di orientamento scientifico nelle università, che è il passo che precede lo sviluppo tecnologico. E in tutto ciò necessita un progetto pianificato centrale fiscale che sappia redistribuire indirizzando le risorse a investimenti in tecnologie a forte compatibilità ambientale e sociale per una dimensione socio-ecologica dello sviluppo a sostenibilità qualitativa.

10) Riduzione dell’orario di lavoro
L’obiettivo è giungere alle 30 ore settimanali a parità di salario, alla pensione a 60 anni per uomini e donne.
Il cambiamento tecnologico può rappresentare un progresso tecnico e sociale se è frutto di una decisione collettiva dei lavoratori, maggioritaria, responsabile, aperta al dialogo, negoziata e contrattata. L’aumentata produttività generata dall’uso della moderna tecnologia deve portare alla liberazione dal tempo di lavoro verso una diversa qualità della vita.

11) Difendere il Welfare.
Garantire degne pensioni ai nuovi lavoratori atipici, rafforzando il sistema pensionistico pubblico, incanalando nel suo finanziamento oltre ai redditi da lavoro anche fonti di reddito da capitale; ripristinare un Servizio Sanitario Nazionale efficiente ed universale; mantenere e difendere la scuola pubblica per impedire le disuguaglianze e garantire il diritto allo studio per tutti; incrementare i fondi di finanziamento per l’università e la ricerca statale; avviare progetti di edilizia pubblica con affitti in proporzione al reddito; investimenti produttivi e la creazione di posti di lavoro veri a pieni diritti, sono le misure da adottare per ridare forza al nostro welfare contro i processi di privatizzazione e liberalizzazione che stanno devastando la realtà sociale e dei servizi pubblici nel nostro paese.

12) Immigrazione e migranti
La questione migratoria va affrontata nel quadro del rilancio del pubblico, dello stato sociale, della piena occupazione e della abolizione di tutta la legislazione liberista sul lavoro.
Nello specifico: abolizione della legislazione securitaria e razzista che trasforma in illegali le persone, via la legge Bossi-Fini e le leggi Minniti-Orlando. Si allo ius soli. Disdetta del Trattato di Dublino e del sistema europeo di detenzione. Sistema di accoglienza pubblico e non più dato in appalto a privati. Controllo sul mercato del lavoro contro il lavoro nero con ripristino del collocamento pubblico e l’abolizione delle agenzie interinali e del collocamento privato. Sistema ispettivo diffuso con il principio della legislazione premiale a chi denuncia il caporalato.

13) Il Reddito Sociale Minimo (RSM)
Va istituito un Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari anche nel nostro paese per garantire una condizione di vita dignitosa per tutti. In questa prospettiva vanno stanziati i fondi per coprire le spese aggiuntive per nuove assunzioni a tempo indeterminato e a pieno salario e diritti nella Pubblica Amministrazione, cioè nel precariato istituzionalizzato.
Il Reddito Sociale Minimo si contrappone allo Stato della privatizzazione, all’abbattimento dello Stato sociale, alla creazione del Welfare dei Miserabili, rimettendo al centro il conflitto capitale-lavoro, per una società dei diritti del lavoro, del diritto al lavoro, per un Stato sociale dei nuovi diritti di cittadinanza. A tal fine vanno riproposte le funzioni non solo di uno Stato regolatore, ma allo stesso tempo di Stato gestore ed occupatore che redistribuisca reddito e ricchezza attraverso il Reddito Sociale Minimo, la formazione continua gratuita e remunerata.

14) L’ambiente non è una merce.
Da tempo la questione ambientale è uscita da un ambito culturale ed ideologico ed è prepotentemente entrata nella vita quotidiana dei popoli, incluso il nostro. La devastazione ambientale ha una dimensione mondiale. Lo si sta vedendo con le scelte della presidenza Trump che straccia gli accordi di Parigi del 2015 sull’inquinamento in cui i “grandi della terra” pensavano di mistificare un processo causato dall’economia capitalistica che sfrutta l’uomo e la terra. Le magnifiche sorti della “green economy” si sono scontrate con gli interessi dei petrolieri USA e la competizione mondiale aggraverà questo conflitto.
Il superamento del degrado generale del pianeta non può che avvenire con lo sviluppo di scienza e tecnologia separate e antagoniste alla logica del profitto capitalista e con un intervento pianificatore degli Stati che devono avere a proprio riferimento gli interessi generali dell’umanità.
Anche la devastazione dei nostri territori ha la stessa origine di quella generale. Dalla TAV in Val di Susa alle terre dei fuochi della Campania, dall’inquinamento di Taranto prodotto dall’ILVA al degrado delle periferie metropolitane, tutte hanno in comune lo sfruttamento brutale delle risorse da parte del capitale privato ai fini del proprio profitto particolare. Anche qui uno sviluppo diverso può essere garantito solo da uno Stato che pianifica in funzione degli interessi di tutto il popolo.

15) Democrazia contro i diktat della governabilità
La democrazia rappresentativa è tale solo se espressione di un sistema elettorale proporzionale. Il principio “una testa, un voto”, in modo da garantire l’uguaglianza del voto in entrata ed in uscita, è irrinunciabile sia sul piano politico che nelle elezioni delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. Per questo vogliamo un sistema elettorale proporzionale e una legge sulla rappresentanza democratica nei luoghi di lavoro.
Al contrario di quanto demagogicamente diffuso in questi anni, la rappresentanza democratica deve essere la più ampia possibile. Siamo contrari alla riduzione del numero di parlamentari. Sosteniamo invece la riduzione del 50% della loro retribuzione, l’introduzione dell’istituto della revoca del mandato e dell’obbligo di resoconto semestrale del proprio operato ai propri elettori.
Sosteniamo l’introduzione del referendum propositivo e della possibilità di pronunciarsi, tramite referendum, anche sui trattati internazionali.
Va salvaguardato in ogni modo il carattere laico dello Stato e di tutte le sue articolazioni. Le esigenze di sicurezza o di ordine pubblico non possono in alcun caso diventare prevalenti sulle libertà politiche, democratiche, informative previste dalla Costituzione.

16) No alla NATO, alle guerra e alle spese militari.
La tendenza alla guerra e al riarmo ha già prodotto e produrrà conseguenze pesanti nei paesi imbrigliati dentro trattati militari come la NATO o la nascente Difesa Europea.
Attualmente la NATO concentra le proprie forze ai confini della Russia e di altri paesi dell’Est creando inutili tensioni anche nel Caucaso.
L’Italia e’ fortemente condizionata sia dalla politica atlantica che dal fatto che ospita sul proprio territorio, strategicamente importante nello scacchiere mediterraneo, un centinaio di basi militari USA, tra cui anche alcune segrete. Complessivamente l’Italia ospita, senza averne il controllo, almeno 70 testate nucleari.
Ciò fa dell’Italia un obiettivo nel caso di una guerra fra superprotenze con gravi rischi per la sua popolazione.
La UE, gemella della NATO, rappresenta in questi tempi un tentativo di neoimperialismo a volte concorrente con quello americano. La UE ha sostenuto il colpo di stato neofascista in Ucraina e le attuali repressioni nei confronti delle forze democratiche e di sinistra, dei lavoratori e delle popolazioni di lingua russa, specie nel Donbass. La situazione ucraina rischia di provocare una guerra di notevole ampiezze nel continente europeo. Inoltre Libia, Somalia, Africa francofona e centrale sono obiettivi dell’imperialismo europeo. La UE è diventata negli ultimi anni la seconda potenza mondiale bellica (217,5 miliardi di spese militari nel 2015).
Nessun governo fa ormai mistero di puntare ad un aumento delle spese militari. Crescono vertiginosamente infatti le fusioni e le acquisizioni nelle aziende del settore, anche con la prospettiva concreta di realizzare quel complesso militare-industriale europeo al quale si punta da anni. In piena coerenza con questa prospettiva ad aprile di quest’anno la Commissione Europea, in applicazione dell’art. 42 del Trattato di Lisbona, ha destinato 25 milioni di euro del budget comunitario alla ricerca militare (90 milioni di euro in tre anni). Sempre in quest’ottica va considerata la decisione dello scorso dicembre di escludere la spesa militare dal conteggio dei deficit nazionali. Il finanziamento all’industria militare con fondi pubblici è quindi tra le priorità della UE .
In questo quadro va considerato il finanziamemto dell’industria bellica italiana a discapito del settore civile. La crescita dell’industria bellica è unj vero e proprio asset strategico tanto sul piano economico quanto su quello geopolitico. I principali gruppi industriali beneficiari, pilastro portante dell’industria bellica italiana, sono il gruppo Leonardo-Finmeccanica e Beretta Holding Spa, leader nel commercio delle armi leggere. Queste controllano oggi l’80% della capacità industriale del settore Difesa.
I dati dell’Osservatorio Mil€x attestano la spesa militare italiana per il 2017 a oltre 23 miliardi e 321 milioni di euro. L’ aumento nel rapporto spese militari/Pil passa dall’1,25% del 2006 all’1,37% del 2017. Cosi’ l’industria bellica italiana potrà contare su un finanziamento di 64 milioni di euro al giorno. L’89% degli investimenti del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) sarà destinato al comparto difesa, sottraendo fondi destinati a sostenere la competitività e lo sviluppo delle imprese italiane. A questi si aggiungono alcuni capitoli tra gli stanziamenti del MIUR per la ricerca a fini militari. Nel recente incontro con Gentiloni, il presidente statunitense Trump ha ribadito la richiesta che “tutti gli alleati paghino la loro parte della difesa comune”, portando al 2% del Pil gli investimenti nel settore militare. Dunque la dote delle spese militari dei paesi aderenti alla Nato, almeno per l’Italia deve raddoppiare.
Eurostop si batte per l’uscita dell’Italia dalla Nato e per provvedimenti conseguenti a questo: per il ritiro di tutte le missioni militari all’estero; affinchè l’attuale governo italiano rifiuti di aumentare le spese militari come chiesto dagli Usa e rinunci all’aquisto degli F-35 e di ulteriori mezzi navali portaerei con dotazioni missilistiche e di altro genere; per la cessazione dei finaziamenti del Mise e del Miur all’industria bellica; per lo smantellamento delle basi militari straniere in Italia, l’allontanamento e la bonifica del territorio da testate nucleari; per la riconversione dell’industria bellica a fini civili e la trasformazione di beni e strutture militari abbandonati, destinandoli alla popolazione per usi sociali e culturali; per la tracciabilità di eventuali esportazioni di armi, dopo l’approvazione delle Camere

Luglio 2017

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