Relazione FORUM (Napoli 23 Maggio)

L’Unione Europea non è l’ultimo orizzonte per i popoli del continente

RELAZIONE AL FORUM EUROMEDITERRANEO DEL 23 MAGGIO 2015 – NAPOLI

di Mauro Casadio

Il punto di partenza, e di arrivo, di questa relazione è sostenere la proposta che è stata fatta nell’introduzione di oggi di dare vita ad un movimento per costruire l’ALBA Euromediterranea che sia una rottura dell’attuale Unione Europea. Una ipotesi per sostenere la quale è necessario anche individuare una proposta organica di superamento che intendiamo rappresentare in questo Forum Euromediterraneo.

Nella competizione globale in atto l’Unione Europea è uno dei maggiori protagonisti dal punto di vista strutturale, economico, finanziario e commerciale; questo nuovo soggetto si fa strada pure sul piano politico e su quello militare anche se ancora con passi molto accorti e cadenzati che tengono conto dei rapporti di forza internazionali, soprattutto con gli Stati Uniti. L’obiettivo è comunque chiaro e pubblicamente dichiarato, costruire un nuovo soggetto statuale che conquisti un ruolo di primo piano nello scenario internazionale.

Questi sono obiettivi in parte raggiunti ed in parte in via di costruzione, ma su un terreno questa nuova entità ha già raggiunto un risultato ed è sul terreno della “ideologia”, cioè della falsa rappresentazione di se stessa. Parlare oggi dell’Europa, figura trasfigurata della molto più concreta Unione Europea, significa, nel senso comune propinato dalla comunicazione ufficiale, parlare del livello più avanzato di civiltà giuridica e politica, significa parlare della patria dei diritti democratici, sociali e civili, insomma di una condizione tendenzialmente ideale alla quale devono mirare tutti i popoli del mondo; i quali vengono poi valutati sul metro di questi giudizi. L’Unione Europea assieme agli USA sono quei paesi che infatti decidono chi è paese canaglia, chi è un estremista islamico, chi è un terrorista, chi va deferito ai tribunali internazionali.

Questa cultura Eurocentrica non appare per la prima volta nella nostra storia, più volte ed a più riprese è stata usata per giustificare gli appetiti e le più tremende nefandezze delle classi dominanti del nostro continente. L’ultima volta questa rappresentazione è stata utilizzata nella fase del primo imperialismo colonialista a cavallo tra l’800 ed il ‘900 quando gli Stati europei “esportavano” civiltà, cultura e “progresso” ai popoli del resto del mondo immersi nell’ignoranza e nell’ignavia. Su questo è inutile fare esempi noti a tutti ma è utile fare un parallelo storico su quanto sta avvenendo oggi in quell’area che va dall’Afghanistan all’Africa occidentale. Area dove, dopo venticinque anni di bombardamenti, interventi militari, manipolazioni politiche, ci si “meraviglia” della nascita dell’ISIS ovvero dell’affermarsi di una identità religiosa regressiva ma vissuta da quei popoli come ultimo baluardo contro l’interventismo occidentale.

Questa guerra ideologica ce la rappresentano tutti i giorni sui mass media contro l’integralismo islamico, contro il panslavismo grande Russo, contro il populismo Latino Americano anche se stenta a convincere i suoi antagonisti, veri o prescelti che siano. Ma una vittima illustre questa ideologia l’ha già fatta ed è la sinistra europea di origine comunista, socialista o democratica che sia, ma anche quella che viene dal movimento dei lavoratori.

La macchina istituzionale messa in piedi attorno al progetto dell’Unione Europea è chiara nelle sue funzioni oligarchiche e centralizzatrici a vantaggio dei poteri economici e finanziari continentali, come è chiara la tendenza a rendere la democrazia sempre più un orpello formale da agitare alla bisogna ma sempre a copertura del decisionismo di chi conta nella gestione delle istituzioni europee. I segnali in questo senso sono tanti, addirittura innumerevoli, però nonostante questa evidenza che l’avversario di classe ci sbandiera davanti agli occhi senza remore la sinistra europea si chiude idealmente dentro il recinto che è stato costruito affermando che non c’è alternativa all’Unione e che non c’è alternativa all’Euro.

Questo ce lo dice la sinistra italiana, ormai in liquidazione, ma anche Syriza, che ha vinto le elezioni in Grecia assumendo responsabilità di governo, e pure Podemos in Spagna sta su questa lunghezza d’onda. Come pure i movimenti più o meno antagonisti nel nostro paese che vengono dal movimento No Global del 2001 danno per scontato che l’ambito in cui agire socialmente e politicamente non può che essere quello dell’Unione Europea, vista come istituzione da combattere e modificare in quanto ha “in se” le potenzialità della democratizzazione e della crescita sociale. L’unica forza in Italia che sembra uscire da questa ottica ad oggi sembra essere il Movimento 5 Stelle che, in alcuni suoi esponenti, si sono pubblicamente schierati per una ipotesi di area Euromediterranea.

Questa visione totalizzante dell’Unione Europea vista come ineludibile condizione storica, dalla quale non si può evadere, riguarda sia le varianti più moderate della sinistra, che si riconoscono da sempre dentro l’idea di una Europa portatrice di progresso e democrazia a prescindere, sia in quelle più radicali che vedono nella classe lavoratrice europea, anche nelle sue nuove forme, la condizione sociale antagonista che può permettere di cambiare il segno politico alla dimensione istituzionale continentale.

Il problema politico e teorico che si pone in questo scenario è capire se questa autolimitazione del proprio orizzonte dentro la costruzione dell’Unione Europea è giusta e soprattutto politicamente produttiva. Infatti quello con cui abbiamo a che fare non è solo la costruzione di un apparato statuale sovrannazionale coercitivo e basato sulla austerità ma la nascita di un moderno Blocco Storico borghese continentale che mira a riaffermare il suo ruolo internazionale e l’egemonia sulle proprie classi subalterne.

Insomma bisogna decidere se la Storia va in linea retta riproponendo oggi a livello sovrannazionale i processi che hanno portato nel passato alla costituzione degli Stati nazionali, sia rispetto alle forme dello Stato sia rispetto alla composizione di classe di questa nuova dimensione. Oppure se le radicali modifiche qualitative e quantitative emerse dalle nuove relazioni produttive, economiche e finanziarie mondiali non ci debbano sospingere ad andare più a fondo nella valutazione della situazione e delle sue dinamiche senza autolimitarci nel concepire scenari e prospettive diversi da quelli su cui in qualche modo siamo stati abituati a riferirci nel corso del conflitto di classe internazionale del ‘900. Per quanto ci riguarda, in quanto militanti della Rete dei Comunisti, crediamo che non sia necessariamente utile mantenere i parametri che ci offre l’avversario di classe e pensiamo che non sia sbagliato concepire ipotesi e prospettive che vanno oltre questi.

Dunque riteniamo indispensabile andare oltre il paradigma europeo che ci viene proposto ed indagare su quegli elementi che possono scomporre e ricomporsi su altre prospettive essendo fortemente convinti che l’Unione Europea non può essere il nostro ultimo orizzonte.

La natura imperialista della UE. Questa è una valutazione centrale in quanto agire nei principali poli imperialisti comporta condizioni e conseguenze specifiche. L’UE, gli USA ed il Giappone sono paesi ed aree economiche compiutamente imperialiste nel senso dello sviluppo complessivo di quelle società e non solo nell’accezione “militarista” importante ma non decisiva ai fini di una valutazione di merito. Agire dentro un polo imperialista come il nostro implica anche una valutazione sulle caratteristiche delle classi subalterne e delle loro potenzialità antagonistiche.

L’analisi di classe, la valutazione dei potenziali punti di rottura politica e sociale, oggi anche l’interazione tra la dimensione nazionale e quella sociale (per noi paesi PIGS), l’effettiva capacità egemonica del moderno blocco storico borghese ed altro ancora sono tutti elementi che vanno valutati nella lotta contro l’Unione Europea in quanto fondamentali nella costruzione di una praticabile alternativa democratica e di classe.

Non cogliere la natura imperialista della costruzione sovrannazionale significa perdere l’orientamento e questo è già accaduto nella storia al movimento socialista e sindacale alla vigilia della prima guerra mondiale, portando queste forze a votare i crediti di guerra e permettendo il massacro di milioni di proletari. Qui va smentito un altro assunto ideologico sparso in questi anni a piene mani, cioè che la costruzione della UE è il superamento delle condizioni che hanno portato nel ‘900 a due guerre mondiali nate dalla contrapposizione delle nazioni. Se, infatti, ci atteniamo ai semplici dati empirici in realtà da quando si è innescato formalmente il processo di costruzione della UE negli anni ’90 la guerra, fino ad allora bandita, è tornata in Europa. Prima nella ex Jugoslavia ed oggi in Ucraina; non solo, ma da quegli anni si è formato un “anello di fuoco” bellico che circonda l’Europa dal Medio Oriente all’Africa occidentale, di cui l’avventura libica è l’esempio più evidente della miopia delle classi dirigenti europee. Naturalmente le aggressioni non sono state fatte sola dalla UE ma anche dagli USA, molto più “attivi” negli anni di Bush, e dalla NATO che è stato l’ambito unitario dove ha agito la concertazione/competizione tra USA e UE in funzione del controllo dei paesi e della divisione delle aree di influenza.

In questo senso ritorna centrale avere un proprio punto di vista sulle dinamiche internazionali e la questione della indipendenza politica del movimento di classe rimane fondamentale; questo implica necessariamente anche la capacità di lottare contro il proprio imperialismo, cosa molto più difficile del denunciare e lottare contro l’imperialismo altrui.

Classe continentale o internazionale? Questo è un altro nodo che non può essere ignorato nella concezione di un conflitto politico di classe che si batta contro l’Unione Europea; i caratteri della classe lavoratrice e delle classi subalterne che vivono nella UE non sono elementi secondari per concepire e far crescere una proposta politica. Va detto che la borghesia è stata, in questi ultimi decenni, molto più “internazionalista” del movimento dei lavoratori. Prima dell’avvio effettivo del processo di costruzione dell’Unione le classi (borghesie, proletariato e ceti medi) ed i partiti avevano una dimensione nazionale come pure la rappresentanza e le proposte politiche. Oggi i processi di riorganizzazione internazionale della produzione, della finanza, del commercio hanno disfatto completamente questo scenario.

Questi processi strutturali si “spalmano” sulle filiere mondiali modificando non solo il dato obiettivo riguardo alle classi ma anche la percezione soggettiva, ovvero politica, che queste hanno di se stesse. I dati identitari che prima caratterizzavano il mondo del lavoro oggi sono completamente in crisi e vanno rivisti in base ai processi oggettivi ed alla riaffermata egemonia del capitale. I processi oggettivi, peraltro, si sono incaricati di smentire un luogo comune che voleva che la classe operaia fosse destinata all’estinzione. In realtà la dimensione internazionale della produzione ha portato ad un incremento quantitativo nelle periferie produttive di questa classe molto più esteso di quanto fosse negli anni ’70 e ’80.

Questa articolazione e differenziazione delle condizioni delle classi lavoratrici non riguarda solo il resto del mondo ma penetra e modifica la condizione interna all’area della UE. Possiamo dire che nell’Unione Europea agisce una disuguaglianza nelle disuguaglianze sociali. Da un lato agisce un fortissimo processo di polarizzazione sociale/proletarizzazione di lavoratori e ceti medi nei paesi PIGS, un dato questo ormai verificabile e in Grecia, Spagna e Portogallo ancora più pesante che in Italia dove il livello di ricchezza privata fa si che in qualche misura c’è ancora un corpo sociale centrale che ha ancora riserve e risorse che gli impediscono di precipitare in basso: parliamo di ricchezza immobiliare, risparmio investito e redditi spuri che affiancano quelli legali.

I settori popolari e una parte delle classi medie sono state trascinate verso il basso, non solo materialmente ma anche come percezione di sé, mentre la borghesia più ricca è schizzata verso l’alto trascinando con sé qualche milionario in più. Dall’altra nei paesi del nucleo nord europeo (Germania, Olanda, paesi scandinavi etc.) l’esistenza di un surplus e di un sistema di Welfare State, ha consentito di mantenere una struttura sociale più simile a quella tradizionale dei “due/terzi”, con un terzo della società (disoccupati, immigrati, fasce povere) in basso, un ampio ceto medio composto anche da lavoratori salariati, e una consistente borghesia.

L’Italia, infine, è asimmetrica. Sola una parte del paese (parte del Nord ed Emilia) è integrabile nel ciclo espansivo del modello produttivo europeo guidato dal mercantilismo tedesco. E’ qui, ad esempio, che sta avvenendo la rilocalizzazione di un settore ad alta intensità di lavoro come il calzaturiero, ovviamente per le esportazioni sui mercati esteri e non per il mercato interno. Il Meridione mantiene e acutizza tutti gli elementi di criticità. Certo adesso che nel calcolo del Pil entrano anche attività extralegali come traffico di droga, contrabbando e prostituzione, può essere che qualche parametro possa dare risultati diversi. In sintesi un paese frantumato tra una parte agganciata al modello mercantilista (esportazioni e attrazione di investimenti esteri); una parte sussidiata dall’economia extralegale “legalizzata” e una parte fondata sul dominio della sussidiarietà al contrario: il terziario sociale. Questo, con lo smantellamento del welfare, ed il turismo sono i volani della specializzazione economica dell’Italia nel contesto europeo. Che la situazione sia questa ce lo viene a dire oggi anche l’OCSE che afferma che in Italia il 20% più ricco della popolazione detiene oltre il 60% della ricchezza.

Lo sviluppo delle Forze Produttive. Non possiamo limitarci a fare una analisi statica della situazione di diseguaglianza e delle contraddizioni che stanno emergendo ma dobbiamo anche avere una idea dinamica dello sviluppo attuale e delle potenzialità che esistono fuori dal nostro continente. Se osserviamo lo “stato dell’arte” dello sviluppo complessivo a prima vista sembra che i punti di maggior sviluppo siano i centri imperialisti ed il resto del mondo segue su quella linea.

Ad un’analisi più approfondita le cose si mostrano in maniera diversa, infatti se è vero che le forze produttive legate alla scienza e tecnologia hanno in questi paesi le loro eccellenze è anche vero che questo tipo di sviluppo ha in se alcune contraddizioni. La prima è che queste sono, nella più pura logica capitalistica del profitto, strettamente connesse al resto della produzione mondiale globalizzata anche tramite uno sviluppo complessivo e progressivo dell’uso della scienza e della tecnologia, ingenerando di conseguenza in prospettiva competizione anche su questo piano.

L’altra contraddizione è che per questi paesi la realizzazione dei profitti passa, ormai, per la gran parte per l’aumento abnorme della finanza internazionale di cui i quantitative easing adottati da USA, UE e Giappone ne sono solo l’ultimo esempio. Ne consegue, come appare evidente dai dati economici ufficiali, che questi “vertici” dell’economia mondiale vivono ormai una condizione di stagnazione che spinge da una parte verso la creazione di bolle finanziarie e dall’altra verso la riduzione dei redditi, e dunque dei consumi, anche nei suoi mercati interni riproducendo ed amplificando le proprie contraddizioni sociali.

Ma parlare di sviluppo delle forze produttive significa anche parlare della forza lavoro, intesa sia come lavoro manuale che come lavoro intellettuale, in quanto è essa stessa forza produttiva che, nella dimensione mondiale del mercato, è per la gran parte fuori dai centri imperialisti e riguarda il resto dell’umanità che vive negli altri continenti. Dunque una reale prospettiva di crescita oggi si trova fuori da quei paesi che ancora intendono “comandare” il mondo sulla base dei loro ristretti interessi.

Questo scenario di fondo oggi comincia anche a riflettersi concretamente negli equilibri di potere internazionale con il ruolo sempre più evidente dei BRICS e con un protagonismo multipolare di soggetti che rivendicano una propria autonomia rispetto ai centri imperialisti.

Questo non vuol dire certo che i soggetti che stanno trovando protagonismo siano di per se “progressisti” ma certamente significa che chiudersi dentro la gabbia dell’Unione Europea e dire che non ci sono alternative è un falso storico ed ideologico. In questo contesto in via di evoluzione, infatti, la possibilità di crescita è proprio fuori dai centri imperialisti oggi alle prese con una stagnazione che viene definita da loro stessi di carattere storico. Allora la sponda sud del Mediterraneo è potenzialmente un interlocutore naturale di quei paesi PIGS che adesso subiscono le politiche degli eurocrati ed una possibilità di sviluppo che rimuova tutte le politiche di austerità. Di questo se ne è accorta anche la nostra Confindustria che sul suo giornale, Il Sole 24 Ore del 17 Aprile scorso, scrive che il futuro si gioca nel Mediterraneo affermando che questa area, se fosse un unico paese, sarebbe la seconda potenza economica al mondo dopo gli USA.

Nella globalizzazione imposta dal capitalismo non c’è solo la sponda Sud del Mediterraneo ma c’è anche il sud del mondo che si trova in Asia, Africa ed America Latina; dunque i limiti “statuali” che ci vuole imporre la costituenda borghesia europea sono limiti posticci costruiti sulle sua necessità di competere con le altre potenze e di affermarsi come soggetto egemone. Non è certo un caso se la Grecia, che è ora la vittima designata dagli eurocrati, si rivolge alla Russia ed alla Cina per trovare una via d’uscita alla drammatica situazione attuale; forse questa non è proprio la scelta che i Greci avrebbero voluto fare ma è certamente una strada da percorrere, alternativa al suicidio politico e sociale che gli viene proposto.

Come forza Comunista, sappiamo bene che di per se lo sviluppo delle forze produttive genericamente dette, anche sul loro versante sociale, non porta automaticamente ne ad una trasformazione sociale ne a rimuovere la contraddizione tra Modo di Produzione Capitalista e Natura. Certamente, però, non possiamo ignorare che la gerarchizzazione mondiale che ci ripropongono i centri imperialisti per mantenere la loro rendita di posizione è un fatto nemico ai popoli del mondo, alle forze progressiste e democratiche ed al movimento di classe.

La Storia. Infine dire che per i popoli del continente l’unica dimensione credibile di un processo storico è quello della Unione Europea è una forzatura sulla Storia stessa. In realtà questa ha segnato in modo diverso le diverse aree e paesi del continente e se questo non giustifica la separazione ed il conflitto tra queste diverse storie e culture non giustifica nemmeno lo schiacciamento di queste diversità dentro il modello di sviluppo capitalistico che, per di più, è oggi in crisi proprio nei suoi centri principali.

La Storia, dunque, pesa nei processi politici concreti e, se non si vuole ripetere gli errori del ‘900 con due guerre mondiali, mettere oggi il confine nel mezzo del Mediterraneo, dove già stanno morendo migliaia di migranti come in un nuovo genocidio, bisogna proprio rompere l’Unione Europea così come è stata concepita perché non è affatto uno strumento di pace ma di guerra. D’altra parte l’alternativa ad un coinvolgimento vero dei paesi del Mediterraneo ad un processo di sviluppo generale è già in atto. E’, infatti, l’affermazione di una identità islamica regressiva che non è lo sbocco delle tanto “apprezzate” da noi primavere arabe ma la definizione di un nuovo polo geoeconomico che ruota attorno alle Petromonarchie che si stanno proponendo come nuovo soggetto nella competizione globale, anche tramite il possesso dell’arma nucleare.

Naturalmente una guerra oggi non può avere le forme ne della prima ne della seconda guerra mondiale, ma non può che riproporre la stessa logica competitiva e di rapina sulle materie prime, nel Medio Oriente, e sulla forza lavoro ed i mercati, nell’est Europa. E’ questo in realtà quello che stanno facendo i nostri apprendisti stregoni nello scontro generalizzato che si riaffaccia dopo il sogno della “fine della Storia”, presentato come ennesimo feticcio ideologico alla caduta dell’URSS. Mettere in crisi questo infernale meccanismo che sempre più si autoalimenta e che sempre meno è possibile controllare, che vede nella costruzione dell’Unione Europea un suo acceleratore, è un compito che spetta ai popoli Europei e del Mediterraneo, ai movimenti democratici ed anche ai comunisti.

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Per questi motivi proponiamo la costruzione di un’area Euromediterranea, oltre l’Europa imperialista, per un nuovo rapporto tra i popoli europei, per sviluppare la collaborazione tra i popoli del Mediterraneo che abbia la pace come parametro principale, per sviluppare le forze produttive in armonia con la giustizia sociale e con l’ambiente; in altre parole di fronte alla crisi sistemica che il capitalismo ci propone si tratta di battersi contro le oligarchie europee ma individuando anche modelli di sviluppo diversi ed alternativi alla competizione globale.

E’ una proposta che può sembrare utopistica ma che sta divenendo sempre più credibile perché segue la linea del conflitto politico e sociale interno alla UE che è quella dove le contraddizioni aumentano per quantità e qualità. La definizione costruita a Bruxelles dei PIGS rende bene l’idea sia della “faglia sociale” che si sta determinando sia dell’arroganza di chi crede di poter giudicare gli altri. Il problema dunque non è quello di una contrapposizione geopolitica tra le classi lavoratrici dei paesi del sud Europa e quelli del nucleo centrale dell’Unione Europea. Il problema è capire e lavorare affinché la rottura si produca lì dove può prodursi e trascini con se tutti gli altri. Nessuno vuole tenere fuori i lavoratori o i disoccupati tedeschi, olandesi, danesi, ma neanche è possibile aspettarsi una rottura storica lì dove più difficilmente può avvenire. Insomma qualcuno aspetta la classe operaia tedesca dal novembre del 1917 e purtroppo all’appuntamento si sono presentati solo contadini cinesi nel ’49 e contadini cubani nel ’59.

Individuare questo riferimento, al di la della concreta possibilità oggi, significa dare un riferimento, una prospettiva complessiva, una linea di lavoro alle forze politiche e sociali che voglio battersi contro la condizione attuale. E’ un processo dialettico, complesso e ricompositivo che si basa su una contraddizione che non può essere superata dalle attuali classi dominanti.

E’ un processo che, in prima battuta, sembra richiedere un ritorno alla dimensione ed alle monete nazionali, come tentano di dimostrare le forze di destra e reazionarie come la Le Pen in Francia, ma in realtà questa rottura non sarebbe possibile neanche a livello nazionale se non assumesse e lavorasse in funzione di una ipotesi che superi quella dimensione specifica. Ipotesi che non deve avere le caratteristiche della rapina imperialista e che sia basata su rapporti egualitari per uno sviluppo comune dell’area Euromediterranea, ma che sia anche in grado di costruire rapporti di forza adeguati allo scontro che un simile fatto metterebbe in moto.

Napoli, 23 maggio 2015

 

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