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Ad un anno dal No nel referendum parte la campagna contro l’art.81 in Costituzione

Ieri era il 4 dicembre, il primo anniversario della vittoria del NO alla controriforma costituzionale di Renzi. Nella mattinata una delegazione del Coordinamento depositerà in Cassazione il testo della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per abolire il “pareggio di bilancio” (art.81), introdotto in Costituzione dal governo Monti (con l’appoggio della quasi totalità del Parlamento), sotto la pressione dell’Ue e dei mercati finanziari che pretendevano politiche di austerità, condizione perché venisse rifinanziato il debito pubblico italiano.

“L’impegno -si sottolinea dal Coordinamento- è quello di far sì che il prossimo Parlamento cancelli l’articolo 81 targato Monti: per ripristinare il testo del 1947, che lasciava alla responsabilità del legislatore le decisioni delle politiche di bilancio”.

Su mandato della Piattaforma Eurostop anche Giorgio Cremaschi e Franco Russo hanno firmato il progetto di legge di iniziativa popolare per ripristinare l’articolo 81 nella sua forma originaria ed eliminare tutti i vincoli del Fiscal Compact inseriti nella nostra Costituzione.

“L’obbligo del pareggio di bilancio, i vincoli posti all’azione sociale di comuni e regioni, sono mine poste sotto tutto l’edificio costituzionale” – afferma in una nota Giorgio Cremaschi – “È chiaro che i diritti previsti dalla sua prima parte diventano aria fritta se poi devono essere sottoposte alla compatibilità dei conti, secondo i folli dettati dell’austerità e delle regole della Unione Europea”.

Nel 2012, durante il famigerato governo Monti, queste disposizioni, estranee totalmente allo spirito della Costituzione del 1948, furono inserite nella nostra Carta da un Parlamento quasi unanime. Solo la Lega, e senza molta convinzione, votò contro.
I rappresentanti sociali e politici e costituzionalisti, che fecero parte del comitato per il NO un anno fa, hanno presentato questo progetto di legge. Su esso, da gennaio, occorrerà raccogliere le 50000 firme nei prossimi mesi, perché entri in Parlamento. La Piattaforma Eurostop affiancherà alla raccolta di firme per l’abolizione dell’art.81 anche la propria proposta di legge popolare per consentire lo svolgimento di un referendum sui Trattati Europei.

Ci vorrà l’impegno di tanti per farcela, ma è necessario, anche perché tutte le forze politiche saranno messe di fronte alla loro responsabilità, in particolare tutte quelle che promettono la fine dell’austerità, ma fanno finta di non sapere che ce l’abbiamo in Costituzione, e che in molti, quando sedevano nel parlamento del 2012, hanno anche votato a favore.

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Entro dicembre il Parlamento deve approvare la micidiale tagliola del Fiscal Compact. Perchè nessuno ne parla?

Un’altra tagliola frutto dei Trattati Europei sta per scattare e ipotecare il nostro e gli altri paesi. Entro dicembre di quest’anno, cinque anni dopo la sua approvazione a Bruxelles, il Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), potrebbe essere inserito definitivamente nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Ciò significa che entro fine anno i Parlamenti nazionali – incluso quello italiano – devono discutere e decidere il destino del Fiscal Compact.

Se dovesse essere confermato, il Fiscal Compact prevederà per il nostro Paese l’obbligo nei prossimi 20 anni di portare il rapporto debito-Pil dall’attuale 133% al 60%, con un taglio annuale della spesa pubblica di 50 miliardi. A questo d’altronde mira l’inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione, previsto dal Fiscal Compact ed eseguito dal Parlamento italiano, senza alcun referendum popolare, nel 2012.

Il Fiscal Compact, infatti, proseguendo la linea tracciata dal Trattato di Maastricht in poi, assume la trappola del debito pubblico come cornice indiscutibile dentro la quale costruire la gabbia per i diritti sociali e del lavoro, lo smantellamento del welfare e la privatizzazione dei servizi sociali.

Si tratta della definitiva consegna di tutte le risorse del paese nei prossimi venti anni all’altare dei diktat dell’Unione Europea e dunque agli interessi delle grandi gruppi finanziari e delle multinazionali, oltre che di una definitiva sottrazione di democrazia, con scelte politiche ed economiche non più dettate dalla discussione democratica sulle necessità e le possibilità del paese, bensì sulla base degli anonimi algoritmi delle istituzioni finanziarie europee.

Come agirà il Fiscal Compact? Per riportare il debito al 60% del Pil in 20 anni dal livello in cui si trova oggi, bisogna tagliarlo del 5,5% ogni anno. Nel 2016 ad esempio il Pil italiano è stato pari a 1.672,438 miliardi di euro, per quest’anno – ritenuto di “crescita” – dovrebbe arrivare a sfiorare i 1.700. Mentre il debito pubblico si aggira intorno ai 2.300 miliardi (2.280, secondo le stime più recenti). Ridurre questa montagna del 5,5% significa destinare oltre 120 miliardi di euro di tagli alla sola riduzione del debito. Ma deve essere chiaro che si tratta di una cifra che vale solo per il primo anno (riducendo il debito, la proporzione fissa si traduce in una cifra leggermente minore ogni anno). E’ vero anche che se l’economia cresce (il Pil aumenta), in proporzione il debito diminuisce. E’ vero anche che se l’inflazione riprende a salire, quel debito si riduce in proporzione.
Ma è doveroso sottolineare come sia la crescita economica che l’inflazione sono una possibilità, non una certezza. E anche la loro dimensione non può essere prevista oggi (se non, in parte, per l’anno prossimo). Al contrario, la riduzione del debito prevista dal Fiscal Compact – una volta ratificato – è obbligatoria, fissata in percentuale e non soggetta ad alcuna variabile “politica”. Questo significa che negli anni “buoni” (in cui si sommano crescita del Pil e dei prezzi) quella cifra spaventosa sarà leggermente più leggera, mentre negli anni “brutti” (un po’ di recessione e inflazione a zero) diventerà una pietra lanciata a chi sta già affogando.
Si tratta dunque di un’altra regola “automatica” vincolante per qualsiasi governo, a prescindere dal “programma” con cui si è presentato alle elezioni per poterci arrivare. A meno che non decide di rompere questa gabbia e di rimettere al centro gli interessi popolari, consapevole di dover fare i conti con le minacce e le ritorsioni dell’Unione Europea.

 

 

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