Proposta di incontro su Unione Europea, rottura dei trattati e prospettive di cooperazione euro-mediterranea

In Italia il dibattito sull’Unione Europea ha per anni stentato a trovare quella centralità che merita, vista l’oggettiva valenza che l’edificio politico-economico dell’Unione ha sulle vite delle classi subalterne nel nostro paese e di quelle degli altri Stati membri.

Questo vero e proprio “rimosso” del ceto politico residuale della “sinistra radicale” appare oggi ancora più paradossale considerando che i settori popolari (il nostro blocco sociale di riferimeno) hanno penalizzato negli ultimi passaggi elettorali – tra cui le elezioni politiche del 4 marzo scorso – coloro che incarnavano il progetto delle élites europee – PD in primis – e premiato chi, “a parole”, si apprestava ad uno scontro con l’Unione Europea a tutto campo, in particolare riguardo alle politiche di austerity e le riforme sociali regressive ordinate dalla UE.

Larga parte della “sinistra radicale”, anche quando non è del tutto subalterna al credo europeista, ritiene che l’UE non costituisca una gabbia e che possa essere “riformata” senza prospettare alcuna rottura dei Trattati – cioè la loro denuncia per rompere l’UE – che abbia nella lotta di classe e delle lotte popolari i vettori storici di questo passaggio. Questa fiducia nella ‘riformabilità’ dell’UE persiste persino dopo aver visto in questi  anni la violenza economica e sociale espressa contro la Grecia, la sostanziale copertura politica delle feroci repressioni portate avanti dallo Stato Spagnolo in Catalogna,  e negli ultimi mesi da Macron contro il movimento dei gilet gialli. Queste componenti politiche non  considerano che  l’ UE sia  di per sé – in particolare per i PIGS, i paesi della sua periferia – il fattore principale dello svuotamento della sovranità popolare e della stessa democrazia rappresentativa nei singoli paesi in quanto si è istituita un’oligarchia che detta le politiche pubbliche in tutti i paesi dell’UE. Di questa oligarchia sono parte integrante e dirigente i governi degli Stati membri.  

Le forze cosiddette populiste e sovraniste di destra hanno usato la sofferenza sociale e l’impoverimento provocati  dalle politiche di austerità dell’UE per costruire consenso attorno ad un progetto reazionario. Queste forze, come dimostrano le loro azioni quando sono al governo come in Ungheria ed Austria ed in altri paesi dell’Est Europa, contestano i diritti fondamentali scritti nelle Costituzioni (peraltro già minati dai Trattati UE) , eccitano l’odio verso i migranti, ma fanno propria la UE  liberista delle privatizzazioni e della distruzione dei diritti del lavoro e dei diritti sociali. Le forze reazionarie in Italia rappresentate da Salvini non sono una alternativa  all’UE, proponendo solo che l’UE – concepita come unione di patrie nazionali – abbracci politiche più estremiste in senso xenofobo, razzista e fascistoide. Europeisti liberali ed europeisti di destra convergono ampiamente sulla visione di una Europa fortezza.

Per questo, un banco di prova per saggiare la consistenza degli orientamenti, se in senso democratici o eurocentrici e xenofobi, è necessario misurarsi con le dinamiche che, in forme diverse e anche contraddittorie, investono i popoli della sponda Sud del Mediterraneo. Un’Europa democratica, in cui valgono i principi di democrazia, diritti sociali e del lavoro, non può né essere fortezza né sfruttare le risorse umane e naturali dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, e dell’Africa in generale. Si va consolidando nelle oligarchie dell’UE una linea che vuole investire grandi capitali in Africa, magari in cooperazione con la Cina (come suggerito da RomanoProdi recentemente), per continuare a perpetuare un dominio neocoloniale, disegno che si alimenta comunque di interventi militari dalla Libia al Niger.

In un contesto di inasprimento della competizione inter-imperialistica, che però non mette in discussione l’alleanza strategica dentro la NATO contro  il resto del mondo, come da ultimo dimostra il Venezuela,  si riorganizza il polo imperialista dell’UE, di cui le élites della Germania e della Francia vogliono essere la guida, come riaffermato con il Patto  di Aquisgrana.

Questa strategia imperialista, per difendere e affermare il ruolo geostrategico dell’UE (anche al fine di sostenere le imprese UE nella competizione sui mercati mondiali),  produce ancora più austerità e repressione all’interno e guerra alle porte di casa, con una torsione autoritaria che i movimenti politico-sociali d’opposizione stanno  subendo a livello europeo. L’accentuarsi di politiche repressive e autoritarie sono necessarie alla realizzazione e difesa  delle cosiddette riforme di struttura, cioè di quelle controriforme necessarie alla “competitività” dei sistemi economici dell’UE nell’arena globale. La contrapposizione tra “liberal-democratici” da un lato e “populisti di destra” dall’altro, vengono strumentalmente presentati come le uniche opzioni disponibili, ma essa si sta rilevando sempre più una finzione, considerando che le politiche di ambedue gli schieramenti sostanzialmente convergono nella difesa degli interessi economici capitalistici e imperialistici dell’UE.

La riorganizzazione della UE comporta una crescente aggressività verso la Russia e una crescente competitività la Cina, con cui si vogliono fare affari a patto che la Cina rimanga un paese subfornitore e  un mercato di sbocco delle imprese dell’UE.

Nel Trattato di Lisbona e nelle azioni dell’Alto Rappresentante della politica estera e nelle politiche di sicurezza si è affermato e consolidato l’intreccio tra NATO e UE, intreccio che è un fomite di guerra, di una minaccia per la pace.

Rimettere in campo una alternativa

Appare evidente come le istanze più avanzate del movimento operaio organizzato e delle forze realmente progressiste trovino nella UE – rappresentante delle oligarchie che dominano il continente – l’ostacolo principale alla  realizzazione di politiche di democrazia, giustizia ed eguaglianza sociale: dalla redistribuzione della ricchezza alla nazionalizzazione delle industrie strategiche,  al mantenimento e allo sviluppo del welfare, alla proprietà pubblica di beni e servizi indispensabili; dalla creazione di condizioni che permettano il pieno impiego fermando l’emorragia dell’emigrazione – soprattutto giovanile – e assicurando accoglienza e “integrazione” dignitose ai migranti che giungono nel nostro Paese e nell’UE. Questa esigenza, insieme alla necessità di cooperazione tra i differenti popoli tra le due sponde del Mediterraneo basata sui principi di solidarietà e complementarietà, richiede che si cominci a concretizzare una area alternativa euromediterranea che rompa la gabbia dell’Unione Europea, rimetta in campo una ipotesi di cambiamento reale, indichi un percorso radicalmente diverso di integrazione, cooperazione, solidarietà tra i popoli di quest’area del mondo.

I popoli dell’UE devono respingere le politiche neocoloniali nei confronti dei paesi africani e della sponda Sud del Mediterraneo, porre fine alla connivenza con le strategie imperialistiche che si alimenta con la propaganda e le ideologie xenofobe e razziste, e opporsi allo sfruttamento che non conosce distinzione di nascita: è sfruttato chi tunisino, o marocchino lavora nell’agricoltura o nella logistica; è sfruttato il giovane italiano che fa il rider o con la partita IVA fa programmi informatici.

Appare necessario moltiplicare i momenti di confronto e di coordinazione tra le forze popolari, democratiche, di classe dell’UE e in primo luogo tra quelle  euromediterranee che hanno ben chiara la natura  di sfruttamento, di oppressione e di aggressione militare della UE e della NATO, e per questo sono consapevoli che occorre agire per giungere alla loro rottura.

Sono le classi dominanti, le elites di ogni paese europeo ad aver costruito la UE come strumento per rafforzare il proprio controllo sulle classi subalterne in casa propria . “Lo vuole l’Europa” è la frase usata dai padroni e dai ricchi di ogni paese per imporre i propri interessi.

È dunque necessario ed urgente costruire un’alternativa che sappia proporre soluzioni concrete alle attuali emergenze ecologiche, politiche, sociali, per uscire dalla escalation delle guerre e del riarmo, anche atomico. Quest’alternativa va costruita in ogni  paese e in unione solidale tra le lotte e i movimenti sociali, sindacali, progressisti di ogni paese.

Per questa ragione proponiamo per sabato 8 giugno un meeting pubblico a Milano di confronto su questi temi che dia voce a quei soggetti che vogliono sviluppare tra le due sponde del Mediterraneo un dibattito comune attorno a questi temi.”

Piattaforma Eurostop – Centro studi CESTES Proteo

MILANO 8 giugno ore 10-17
Circolo familiare di unità proletaria viale Monza 140 (M1 Turro)

convegno internazionale
UN’ALTERNATIVA EUROMEDITERRANEA CONTRO LA FORTEZZA EUROPA

La gabbia dell’Unione Europea conferma di essere un apparato antipopolare e una minaccia per la pace e la cooperazione tra i popoli.
Costruiamo un’area euromediterranea, cooperativa, solidale, alternativa.

PARTECIPANO:
Ensemble Insoumise (Francia) // Unità Popolare (Grecia) // CUP (Catalogna) // Askapena (Euskal Herria) // Annahj Addimocrati (Marocco)

Riadh Zaghdane // Luciano Vasapollo // Giorgio Cremaschi // Franco Russo // Giacomo Marchetti // Marta Collot // Paola Palmieri // Francesco Della Croce // Giuliano Granato

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