NO ALLA SPEDIZIONE MILITARE-COLONIALE ITALIANA IN NIGER

Il governo italiano spedirà 120 soldati in Niger (diventeranno presto 470), altri 100 in Libia (ce ne sono già 700), 60 in Tunisia. Poi ce ne sono già circa 1000 in Libano. L’Italia sta riconvertendo la presenza delle missioni militari all’estero soprattutto nell’area mediterranea. Per fare fronte a questa revisione strategica, verranno ridimensionati i soldati impegnati in Afghanistan e Iraq.
In questo continuo riemergere dell’ambizione dell’Italia a ritagliarsi un ruolo di potenza, sia nei rapporti con il direttorio europeo franco-tedesco sia verso la nuova frontiera coloniale, a farne le spese sono stati lavoratori, disoccupati, pensionati sul “fronte interno” e saranno le popolazioni della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa, a pagarne i prezzi.
Nella discussione e consapevolezza pubblica sull’emergenza migranti dei mesi scorsi – oggi silenziata dalle conseguenze del pugno di ferro di Minniti sugli sbarchi – è stata debole e quasi inesistente ogni riflessione sul nuovo colonialismo europeo e di quello italiano al suo interno.
Eppure già l’aggressione alla Libia con la violenta defenestrazione di Gheddafi e Laurent Gagbo in Costa d’Avorio (nello stesso periodo del 2011), indicavano piuttosto chiaramente il processo di ri-colonizzazione che in particolare la Francia stava mettendo in campo, soprattutto nelle ex colonie dell’Africa francofona. A loro modo Gheddafi e Gbagbo si erano messi di traverso negli anni precedenti, cercando di dare vita ad una integrazione economica che puntava a sottrarre diversi stati africani all’egemonia neocoloniale francese.
Ma quanto sta accadendo riverbererà quasi immediatamente sullo scenario politico italiano.
La prossima settimana in Parlamento si vota sulla missione militare italiana in Niger. Il PD e la destra, incluso Salvini, voteranno a favore.
Il come voteranno M5S e Leu sarà uno spartiacque, definitivo. Per molti lo fu il voto sulla missione militare italiana in Afghanistan durante il governo Prodi nel febbraio del 2007.
Da lì è iniziata un’altra fase nelle relazioni e nella vita politica di questo paese.

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