Elezioni: e poi? L’indipendenza politica è la madre di tutte le ipotesi di ricomposizione

di Mauro Casadio*

E’ importante affrontare la questione dell’Unione Europea pur nella differenza di posizioni, in quanto qualsiasi giudizio è costretto comunque a fare i conti con le dinamiche che concretamente si manifestano, e si manifesteranno, in modo sempre più evidente.

La nostra posizione netta sulla rottura dell’Unione Europea nasce da un giudizio sulla natura di questa costruzione economico-istituzionale che è legata alla competizione globale e più specificamente a quella interimperialistica. Che questa sia in pieno dispiegamento lo stanno a dimostrare i fatti prodotti dalla presidenza Trump dove protezionismo economico e rilancio degli armamenti, anche nucleari, sono i classici provvedimenti di una potenza in difficoltà che deve riaffermare il proprio primato internazionale a discapito dei propri competitori, e l’UE ne è uno dei principali.

L’aggressività degli USA, in crisi di egemonia, non può che indurre l’UE ad un ulteriore processo di riorganizzazione per tenere testa su tutti i campi alla competizione e questo processo si basa inevitabilmente sulle ristrutturazioni produttive, sulle delocalizzazioni, sull’aumento della precarietà e sulla riduzione del salario complessivo ad appannaggio della classe lavoratrice. L’ipocrita allarme lanciato dai centri studi e ripreso dai media sulle crescenti disuguaglianze ed impoverimento, che ormai riguarda anche i cosiddetti ceti medi, stanno li a dimostrarlo.

Questa condizione internazionale e questa necessità competitiva non potrà che incrementarsi mostrando sempre più la natura reazionaria e antipopolare dell’UE e dunque la necessità di rompere questa gabbia contro i popoli europei per far rinascere una sovranità popolare capace di individuare anche altri livelli di collaborazione nel continente.

Vorremmo essere smentiti ma vedremo già nei prossimi mesi come la macina dell’apparato europeo continuerà sulla linea dell’austerità e dell’intensificazione dello sfruttamento sul lavoro.

Ma se gli effetti strutturali si manifestano nel tempo, e sarà sempre più difficili ignorarli e rimuoverli dall’analisi, gli effetti politici sono già in atto e la stessa sinistra del nostro paese ne è stata coinvolta. prima con la scissione del PD e poi con il fallimento del Brancaccio che era un tentativo di riprodurre quella “catena di sant’Antonio” che ha contenuto negli anni ogni spinta realmente conflittuale sul piano politico. Questo fallimento non è stato un episodio che verrà “naturalmente” superato da successive evoluzioni, ma è la sanzione di una rottura che non potrà che ampliarsi proprio a causa dei processi materiali sopra accennati.

Certamente qualcuno penserà che si potrà ricucire lo strappo e cercherà di farlo ma questi eventuali tentativi non potranno che far ulteriormente evidenziare, a nostro vedere, la contraddizione che si è già manifestata.

Se si va, infatti, con lo sguardo al dopo elezioni si capisce che il “pilota automatico” della UE ha già deciso la tabella di marcia, innanzitutto con un governo di unità nazionale, evocato peraltro dallo stesso D’Alema, che si sta dimostrando la forma ora più adeguata con cui governare i paesi europei, e la vicenda tedesca ne è una ulteriore conferma. Ma questo tipo di governo è la condizione per portare più a fondo i processi di riorganizzazione produttiva, sociale, istituzionale finalizzati al maggior sfruttamento e per favorire i gruppi finanziari e multinazionali europei.

La manovra prevista già per il prossimo maggio e l’attuazione del Fiscal Compact saranno la sanzione di questo nuovo giro di vite economico e sociale.

La domanda da farsi dentro gli scenari che si manifesteranno appena voltato l’angolo delle elezioni, è come sia possibile pensare di ricomporre una sinistra da tempo subalterna materialmente ed ideologicamente alle classi dominanti europeiste? Qui c’è un evidente fallimento strategico del quale prendere atto e dal quale prendere le distanze individuando una prospettiva diversa che non può fondarsi se non su una piena indipendenza politica dal quadro istituzionale che ci si presenta.

Questo riguarda anche la variante grillina completamente subalterna ai poteri forti presso i quali il candidato presidente Di Maio cerca disperatamente di accreditarsi andando in pellegrinaggio in tutti i sancta sanctorum della finanza europea e statunitense.

Il nodo dell’indipendenza politica è determinante per le scelte da fare in quanto il tatticismo che si è praticato a sinistra in questi anni, definitivamente affermatosi con la stagione bertinottiana e che pure ha prodotto per un certo periodo di tempo esiti istituzionali, non ha tenuto conto del logoramento della sua base sociale sia in termini di identità politica che in termini di strutture sociali e politiche organizzate. Tale miopia ha prodotto l’illusione di una illimitata autonomia della tattica oggi miseramente naufragata proprio grazie alla mancata comprensione che stava venendo meno, disgregandosi, il blocco sociale che era il riferimento per la propria rappresentanza istituzionale.

L’indipendenza politica è però il punto di partenza che ci rimanda ad un’altra questione altrettanto centrale cioè quella della “forza”, ovvero alle forme di organizzazione adeguate al conflitto di classe dall’alto promosso dal nostro antagonista. Certamente su questo la sinistra in generale ha fallito e non è riuscita ad individuare le vie per la ricostruzione dei rapporti di forza nella società limitandosi ad aggrapparsi solo all’ideologia dei diritti civili e spesso mettendo in secondo piano quelli sociali.

Dunque indipendenza e organizzazione di quel blocco sociale che non esiste in se ma che non può che essere il prodotto di una costruzione soggettiva di ricomposizione dei settori sociali penalizzati dall’attuale sviluppo capitalista sotto l’egida della UE. Certamente i soggetti sociali ai quali siamo chiamati oggi a prospettare una ipotesi di organizzazione non sono come vorremmo o come li abbiamo vissuti nei decenni scorsi ma tant’è. Saranno anche “brutti, sporchi e cattivi” ma sono il prodotto di uno sviluppo capitalista che sta immiserendo la società.

Ripartire perciò dalle periferie degradate delle aree metropolitane, dalla crescita diffusa del precariato lavorativo e di vita, dallo sfruttamento a cui viene sottoposto il lavoro mentale, dei giovani scolarizzati e laureati, al pari di quello del lavoro manuale insomma ricostruire quel blocco sociale a partire dalla classe reale che esiste in un paese a carattere imperialista con un progetto concreto di organizzazione stabile.

Dentro questo progetto di ricostruzione non possiamo dimenticare la questione sindacale. Anche qui la “sinistra” nostrana ha fatto danni profondi sostenendo fino in fondo quelli che sono divenuti i sindacati complici che hanno fiancheggiato tutti i processi di ristrutturazione produttiva e di taglio delle politiche sociali. Anche qui non si può non partire dalla questione della indipendenza politica di ogni progetto sindacale di classe che rifiuti e contrasti tutte le politiche collaborazioniste praticate da CGIL, CISL, UIL e sindacalismo autonomo. Questo per ricostruire un sindacalismo di classe disegnato sulle nuove forme del lavoro, dalle fabbriche 4.0 alla logistica, dalla grande distribuzione alle molteplici figure del lavoro immigrato. Insomma costruire il sindacato attorno alla moderna “catena del valore” per ricostruire quei rapporti di forza annullati dai processi di ristrutturazione della “catena di montaggio” fordista del secolo scorso.

Insomma l’indipendenza politica a tutto tondo come condizione fondante per costruire la forza, cioè quei rapporti di forza tra le classi senza i quali la politica rimane al massimo una giusta protesta, giusta ma impotente.

Se la crisi strutturale si dipanerà ancora nel tempo, a causa della sua condizione di stagnazione di lungo periodo, sta emergendo che i processi di velocizzazione delle contraddizioni fanno maturare molto rapidamente le dinamiche politiche e pensiamo che la rottura del Brancaccio sia proprio un sintomo di questa dinamica ed anche la proposta di Potere al Popolo che da la è scaturita va nella giusta direzione. Sappiamo perfettamente che questa proposta contiene al suo interno posizioni differenziate, sopratutto sulla valutazione in merito alla UE, ma non siamo preoccupati di questo, anzi pensiamo che il confronto, soprattutto quello fondamentale con la realtà in evoluzione, ci permetterà di fare nel modo giusto un dibattito e lotte comuni importanti a partire dalla stessa esperienza elettorale in cui stiamo operando collettivamente.

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